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Grande Crisi, ricette per la felicita’

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La felicita’ e il benessere. Gli stili di vita e le politiche nazionali. E sullo sfondo la Grande Crisi, con la diffusa sensazione di impoverimento, ma anche con la sua carica di opportunita’. Stefano Bartolini, professore di Economia politica all’universita’ di Siena, si interroga attorno a questi temi (Manifesto per la felicita’: come passare dalla societa’ del ben-avere a quella del ben-essere, Donzelli editore, 305 pagine, 18 euro) fino a ricavarne una sorta di programma politico. Il punto di partenza e’ molto netto: con la Grande Crisi e’ andato in frantumi il modello di sviluppo americano, competizione e consumi sfrenati, che ha rappresentato la bussola del mondo occidentale negli ultimi trent’anni. Ma il modello gia’ non funzionava, perche’ come dimostrano le abbondanti statistiche di Bartolini gli americani in questo lungo periodo hanno visto crescere Pil e ricchezza, mercati e acquisti, ma si sono ritrovati piu’ infelici. Una contraddizione? No, una sorta di legge di gravita’ all’incontrario, che ha visto gonfiarsi i portafogli ma impoverirsi le relazioni umane. Fare piu’ soldi e trovare il tempo per spenderli talvolta in modo compulsivo, ha significato infatti tagliare gli spazi degli affetti, della vita familiare, dei rapporti sentimentali. La via d’uscita che Bartolini propone e’ suggestiva, e si puo’ condensare in una parola: ridurre. Non per ridimensionarsi o impoverirsi in una sorta di ascesi francescana, ma per riscrivere una gerarchia di valori sui quali puntare. Sapendo che il benessere, e quindi la felicita’, si possono costruire attorno ad altri parametri rispetto alla ricchezza sic et simpliciter: qualita’ della vita nelle citta’, istruzione, formazione, salute. E, perche’ no, diminuzione del tempo dedicato al lavoro e alla carriera.
Sulla stessa lunghezza d’onda del Manifesto di Bartolini, ma in una prospettiva piu’ individuale, Mattew Crawford (Il lavoro manuale come medicina dell’anima, edizioni Mondadori, 225 pagine 17,50 euro) ci propone un ritorno alla manualita’, alla capacita’ di conservare e di difendere le cose, a ripararle laddove oggi siamo sempre portati a sostituirle attraverso nuovi acquisti e nuovi consumi. Crawford e’ un tipico personaggio uscito dalle turbolenze collettive di questa stagione: e’ un filosofo, con tanto di cattedra all’universita’ di Chicago, che ha deciso di rinunciare alla sua carriera accademica per mettersi a fare il meccanico di motociclette. Ha chiuso con l’insegnamento, salvo quando lo chiamano per raccontare ai giovani la sua scelta di vita, e ha aperto un’officina, la Shockoe Moto, a Richmond in Virginia. Per lui la felicita’, l’appagamento personale, il sentirsi realizzato, oggi si traduce in un brivido di piacere che lo attraversa quando sente il rumore della marmitta di una motocicletta che riparte dopo il suo lavoro di manutenzione.
E parla esplicitamente di un dopo, rispetto alla stagione che si e’ chiusa con l’esplosione della Grande Crisi, Giampaolo Fabris, nel suo completissimo libro (La societa’ post-crescita: Consumi e stili di vita, Egea editori, 421 pagine, 26,50 euro), pubblicato pochi giorni prima di morire. Il piu’ autorevole sociologo italiano in materia di consumi e’ come sempre lucidissimo, e disegna un passaggio di paradigma nel tempo buio della recessione in cui siamo ancora immersi. E’ il passaggio dalla proprieta’ all’uso delle cose, e quindi alla loro riconoscibilita’ scrive Fabris C’e’ sempre maggiore consapevolezza di quanto sia insensato divenire i servitori e i vassalli della produzione; cumulare in maniera compulsiva beni che generano meno soddisfazione di un tempo o non ne generano affatto. C’e’ e cresce la forte presunzione di avere oltrepassato livelli di consumo che non danno piu’ alcun apporto in termini di qualita’ della vita. E se per Bartolini la parola del cambiamento e’ ben-essere, per Crawford il ritorno alla manualita’, per Fabris ci aspetta la stagione della sobrieta’. Una scelta non faticosa, che non significa necessariamente una rinuncia, ma soltanto una distanza dall’eccesso, dall’etilismo del consumo gridato, ostentato. E spesso sprecato.