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Se il vegetariano si converte

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MANGIARE carne non è detto che faccia male al pianeta, anzi. A lanciare la provocazione è l’ecologista Simon Fairlie, caporedattore della rivista inglese The Ecologist 1 ed ex vegetariano. "Non ho toccato carne dai 18 ai 24 anni – racconta in un’intervista al Time – poi ho cominciato ad allevare capre. Ma dei maschi non sapevo che farne: non producevano latte, non facevano figli. Così ho cominciato a mangiarli". Parole forti, perché dette da un uomo che da 30 anni, fra inchieste e approfondimenti, si dedica alle problematiche ambientali. E che ora ha deciso di mettere nero su bianco il suo nuovo credo dando alle stampe il libro "Meat: A Benign Extravagance" (ed. Maddy Harland, 19,95 £).

Incalzato dalla collega del Time Tara Kelly, Fairlie spiega che è possibile coniugare un serio impegno ecologista con il piacere di una bistecca alla fiorentina: "Mangiarne moderatamente, due volte a settimana, non provoca alcun danno al pianeta. Tutti i sistemi agricoli producono un surplus di biomassa che deve essere smaltito, e non vedo cosa ci sia di male nel dar questo sovrappiù come foraggio agli animali. Questo modo di allevare il bestiame è ecologico e anzi fa bene alla terra. Capre, pecore e mucche producono a loro volta un fertilizzante naturale utile agli agricoltori. Il ciclo è perfetto. E io mi sento più ecologista di un vegano".

Pochi mesi fa conclusioni simili sono state raggiunte da una inchiesta del New Scientist 2. Eppure il rapporto 2006 della Food and Agriculture Organization ha stabilito che l’allevamento di animali per la produzione di carne produce il 18% delle emissioni di carbonio annuali globali. "Un dato che contiene degli errori di base – continua Fairlie – perché parte dal presupposto che gli allevamenti portino per forza di cose alla deforestazione. Non è così. La scienza ha anche calcolato che, per produrre una porzione di carne, vengono consumate piante utili all’uomo in un rapporto di 5 a 1. Ma anche questo dato è controverso: allevando gli animali con vegetali non commestibili per noi, la proporzione scende a 1,4 su 1".

Fairlie fornisce anche indicazioni precise sui tipi di carne che è bene consumare per diventare un buon "onnivoro ecologista": sì a quella di maiale, perché questi animali consumano rifiuti di ogni tipo, e sì anche alla carne di mucca, a patto che sia stata allevata nei prati. "Una dieta con troppa carne fa sicuramente male – spiega il professor Pietro Migliaccio, presidente della Società Italiana di Scienza dell’Alimentazione 3 – ma per avere un’alimentazione equilibrata occorre mangiare la carne almeno due volte a settimana. E dell’impatto ambientale non mi preoccuperei: la dieta mediterranea "inquina" il 50% in meno di quella anglosassone, e questi sono dati ufficiali che porterò a Rio De Janeiro il 26 ottobre, in occasione della giornata mondiale della pasta".

Ma secondo il presidente dell’Associazione Vegetariani Italiani 4, Carmen Somaschi, il discorso del giornalista di Ecologist parte da un presupposto sbagliato: "Quella di diventare vegetariani è una scelta etica – spiega – e quindi o la si accetta in toto o niente. Anche mangiare carne solo due volte a settimana danneggia il pianeta, perché finché ci sarà chi la consuma ci saranno gli allevamenti. Studi autorevoli hanno dimostrato che l’impatto ambientale di una persona che mangia carne è pari a quello di 10 vegetariani: per conservarla si usa il frigo, per smaltire i rifiuti animali si inquinano le acque. Io non critico chi mangia carne, dico solo che consumarla è oggettivamente dannoso per l’ambiente". La Somaschi ricorda che quando l’associazione è nata, nel 1952, in Italia i vegetariani erano un pugno di emarginati: "Ancora nel 1980 ci buttavano fuori dai ristoranti. Oggi, solo nel nostro Paese, siamo 7 milioni e mezzo. Abbiamo fatto tanto per arrivare fin qui, trovo ingiusto che il nostro impegno etico e pratico venga screditato con provocazioni fuorvianti".

Dello stesso parere il medico Luciana Baroni, presidente della Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana 5 e autrice di "VegPyramid – La dieta vegetariana degli italiani" (Ed. Sonda, 190 pp.). Secondo la Baroni, "la scelta di non mangiare carne è prima di tutto personale, legata alle motivazioni le più varie. Ma diventa una questione sociale quando si capisce che, se tutti si comportassero nello stesso modo, l’habitat degli esseri viventi verrebbe salvaguardato". Quanto alla salubrità di una dieta vegetariana, la nutrizionista ricorda che esistono comunità che naturalmente non mangiano carne e che sono le più longeve del pianeta, come gli Hunzas, i Vilcamba o gli Okinawa. "Purtroppo – conclude – oggi la tendenza è quella di mediare tra la volontà dell’onnivoro di non rinunciare alla carne, il bisogno della produzione di non rinunciare al profitto, e le motivazioni ecologiste. E’ chiaro che in quest’ottica si cerca di dire che la carne va ridotta, e questo è certo giusto, ma è solo il primo passo, bisogna andare oltre". La Baroni conclude ricordando che il rapporto di conversione medio vegetale-animale è di 15:1, il che significa che occorrono 15 kg di mangimi per produrre 1 kg di carne. "Capisco che possa dar fastidio a chi trae enormi profitti da questi sprechi. Ma questi sono i dati", conclude.