Allevamenti intensivi in Italia | Non sprecare
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Allevamenti intensivi, tutta la carne nasce qui. Si muovono anche le industrie: Basta abusi

L’alleanza tra i colossi mondiali dell’industria alimentare che chiedono gestioni più corrette ai fornitori. Una mossa pubblicitaria o una spinta alla sostenibilità? Intanto gli allevamenti intensivi, fuori controllo, producono danni e sprechi. Anche per l’uomo

ALLEVAMENTI INTENSIVI IN ITALIA

Quando mangiamo carne, uova, e in generale cibo che arriva dagli animali, è bene essere consapevoli della verità: si tratta, nella stragrande maggioranza dei casi di prodotti che arrivano da allevamenti intensivi. Quelli che adesso, nel mondo che prova a camminare velocemente sulla strada dello Sviluppo sostenibile, perfino le grandi multinazionali alimentari vorrebbero in qualche modo mettere in riga. Evitando sprechi, abusi, maltrattamenti. E danni che colpiscono gli animali, ma innanzitutto i consumatori e poi, a catena, l’intera economia, ambiente compreso.

Per dare un’idea di quanto contino gli allevamenti intensivi fino alla nostra tavola, basterà ricordare due dati. Arrivano da questi impianti l’85 per cento dei polli e il 95 per cento dei suini (dunque tutti i suoi derivati) che mangiamo. D’altra parte, non esistono grandi alternative in un’agricoltura dove, e qui parliamo dell’Europa, il 71 per cento del suolo agricolo è destinato proprio agli allevamenti.

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ALLEVAMENTI INTENSIVI

Inutile dire che a spingere di più sull’acceleratore degli allevamenti intensivi sono gli americani, con risultati davvero impressionanti. Nel 1970 il latte prodotto da una vacca negli Stati Uniti era di 4.122 litri, oggi siamo a 10.370 litri. Quasi il triplo. Nel 1988 la carne che si ricavava da un animale macellato era pari a 54 chilogrammi, adesso siamo a 294 chilogrammi. Più di quattro volte.

Senza scivolare troppo nel buco nero delle inutili grida manzoniane, nella facile e ideologica retorica verde, una volta chiariti i numeri del fenomeno, è bene intendersi anche sul significato della parola allevamenti intensivi. Quelle che in America si chiamano “megafarm” (con più di 1.000 vacche e 100mila galline) sono oltre 50mila, e farete molta fatica a trovare agricoltori in Italia, onesti e competenti, che smontino completamente, alla radice, la necessità degli allevamenti intensivi. In generale, nel mondo si allevano 70 miliardi di animali, e di questi 2 su 3 crescono negli allevamenti intensivi. Chiuderli in blocco significherebbe solo distruggere l’agricoltura, e aumentare la fame nel mondo invece di ridurla, come è scolpito nei 17 punti dello Sviluppo sostenibile firmato dall’Onu. Il punto è come vengono realizzati e gestiti gli allevamenti intensivi, in quali condizioni vivono gli animali ed a quali sofferenze sono sottoposti, quali prodotti dell’industria degli antibiotici e in generale dei farmaci si utilizzano. Quali sprechi si realizzano. Ancora un dato, ancora uno scandalo: ogni anno si spreca carne pari a 12 miliardi di animali allevati.

CRUDELTÀ SUGLI ANIMALI NEGLI ALLEVAMENTI INTENSIVI

I fatti sono noti, le denunce continue, ne abbiamo parlato spesso sul sito Non sprecare, anche attraverso immagini raccapriccianti, le associazioni ambientaliste svolgono una meritoria attività di denuncia. Tutto ciò non può essere negato da qualsiasi uomo o donna di buonsenso, a meno che non si tratti di persone particolarmente ignoranti o in chiara malafede. Ci sono allevamenti intensivi, e purtroppo non si tratta di rarità, dove gli animali vivono chiusi in gabbia, in spazi minuscoli, sovraffollati. I bovini, per esempio, sono incollati l’uno accanto all’altro, per un preciso motivo speculativo: vivendo immobili, ingrassano meglio. Il latte che arriva dalle vacche da latte riguarda, nel 90 per cento dei casi, animali che non hanno mai pascolato. Neanche un secondo della loro vita. Negli allevamenti intensivi ispirati a un’idea sprecona e predatoria di questa antichissima e modernissima attività economica, ancora centrale per la vita dell’uomo, c’è un uso di farmaci e antibiotici davvero fuori da qualsiasi regola, folle, con effetti deleteri a catena su tutta la qualità della filiera della carne.

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ALLEVAMENTI SOSTENIBILI

Di fronte ad abusi, maltrattamenti, sprechi, proteste dell’opinione pubblica, come dicevamo, perfino le grandi multinazionali dell’industria della trasformazione e della distribuzione alimentare (gruppi della potenza di Nestlé, Unilever, Ikea food, Sodexo e Aramark) hanno deciso di non girare la testa dall’altra parte e finalmente provano a fare sentire il loro peso e la loro voce. È nata così una sorta di Alleanza, “Global coalition for animal welfare (Gcaw)”, per imporre standard più ragionevoli (con una certa enfasi si parla di standard “più etici”) nella gestione degli allevamenti.

ANTIBIOTICI NEGLI ALLEVAMENTI

Le macchine del marketing di queste società hanno presentato l’iniziativa con grande enfasi, al punto che sul web, sui giornali e in diversi servizi televisivi, diciamo in generale nell’universo dei media, si è detto e scritto che “I colossi del cibo ora sono dalla parte degli animali”. Andiamoci piano. E non passiamo, da un secondo all’altro, da un’esagerazione all’altra. L’alleanza tra questi gruppi per sostenere allevamenti intensivi meno impresentabili è un atto dovuto in un mondo dove la sostenibilità è diventata la parola chiave. Chi sta fermo è perduto. E quindi anche loro hanno fatto almeno un primo passo. Piccolo. L’intesa, infatti, al momento dovrebbe durare solo tre anni, produrrà un decalogo di “raccomandazioni”, senza alcun obbligo vincolante. Le misure che si chiedono sono molto generiche: meno gabbie e più pascoli, meno sovraffollamento, riduzione dell’uso di antibiotici, riduzione al minimo del trasporto di animali vivi. Cose quasi ovvie. Il rischio “greenwashing” è dietro l’angolo. E quindi non resta altro che prendere atto, positivamente, della pressione dei big del cibo sui loro fornitori, e continuare a vigilare, tutti, e con gli occhi molto aperti, sulle aberrazioni degli allevamenti intensivi: il sito Non sprecare, dal suo piccolo osservatorio e grazie alla sua grande comunità, lo farà. Tutti i giorni.

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ANTIBIOTICO RESISTENZA ALLEVAMENTI INTENSIVI

In proposito, è bene fornire ai lettori un’ultima informazione, molto importante, relativa agli sprechi correlati agli allevamenti intensivi. Ovvero la risposta alla seguente domanda: quali danni ne derivano? Sulla qualità del cibo (a partire da una perdita di valori nutrizionali e di genuinità) che si abbassa, esiste una sterminata produzione di lavori scientifici. Non c’è molto da aggiungere. Poi ci sono la distruzione di habitat naturali, e un intero eco-sistema che finisce sotto pressione. Pensate che il 18 per cento delle emissioni di gas derivano, secondo i calcoli della Fao, dagli allevamenti intensivi. Una cifra enorme. Molto più alta di quella (13,5 per cento) che indica le emissioni di gas derivanti dai trasporti. Tra gli sprechi legati agli allevamenti intesivi, uno è sicuramente poco noto per la sua gravità che impatta direttamente e quotidianamente sulla salute dell’uomo: gli antibiotici di resistenza. Più si usano gli antibiotici per gonfiare gli animali da macellare, più gli agenti patogeni evolvono la loro capacità di resistenza. In una parola: i preziosi antibiotici, talvolta indispensabili, utilizzati a ritmi forsennati finiscono per non essere efficaci, e non servono più a nulla. Anche per l’uomo. La deriva che dall’animale passa all’uomo è legata al fatto che quando si parla di vendite di antibiotici, ci si riferisce innanzitutto a quelli che vengono utilizzati proprio negli allevamenti intensivi: sono il 70 per cento del totale delle vendite di questi prodotti in Italia. Il cerchio, a questo punto, si chiude. Il martirio degli animali, una questione che evoca i valori fondamentali della civiltà umana e della nostra “casa comune”, contribuisce in modo determinate a peggiorare natura, ambiente e vita dell’uomo. Al contrario la sostenibilità, e la denuncia degli abusi e dei danni degli allevamenti intensivi è una spinta per un’agricoltura sostenibile (anche questa scolpita nei 17 obiettivi Onu). Quella che tutti vogliamo. Anche perché nel 2050 nel mondo ci saranno dieci miliardi di uomini e donne da sfamare. E speriamo di farlo con cibi più sani, meno sprecati e meglio distribuiti ovunque.  

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