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Allevamenti intensivi in Italia, è ora di cambiare le regole

La maggior parte degli animali vive in allevamenti intensivi. Sistemi che non sono sostenibili né dal punto di vista ambientale né economico. Ma c'è chi vuole cambiare le cose

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ALLEVAMENTI INTENSIVI IN ITALIA –

Mettere fine all’allevamento industriale. È questo l’obiettivo di Philip Lymbery, autore del libro “Farmageddon” (edito in Italia da Nutrimenti) che è diventato il simbolo della lotta di “Compassion in World Farming”, il movimento per il miglioramento delle condizioni degli animali negli allevamenti. Circa due animali su tre, sostiene l’associazione, vengono cresciuti in allevamenti intensivi. Sistemi il cui unico scopo è quello di massimizzare la produzione – e dunque il profitto – spesso a discapito del benessere animale. Anche le leggi internazionali ed europee sul tema spesso sono riduttive e hanno effetti limitati.

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IL VALORE DELLA CARNE –

Del resto il mercato è molto ricco. Negli ultimi anni, il valore della produzione degli allevamenti di bovini da carne in Italia si è attestato a circa 3,6 miliardi di euro, generando un fatturato di circa 6 miliardi di euro (dati Coop Italia). Il settore avicolo va ancora meglio con 5,7 miliardi di fatturato e una produzione che, nel 2013, ha superato il milione di tonnellate di carne. Molto redditizio è anche l’allevamento di suini, che incide per il 17% sul valore della produzione del settore zootecnico e che rappresenta il 45% del fatturato dell’industria delle carni (l’8% del fatturato dell’industria agroalimentare nel suo complesso).

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SPRECO DI CARNE ITALIA –

Eppure molta di questa carne viene sprecata. Come emerge dagli ultimi dati dell’Osservatorio nazionale Waste Watcher, elaborato da Last Minute Market ed Swg, nel nostro Paese si spreca il 45% della frutta e della verdura, il 30% del pesce e il 20% della carne.
Per non parlare dell’impatto che la produzione di carne ha sull’ambiente. Secondo il Barilla Center of Food & Nutrition portare in tavola la carne una volta al giorno equivale a consumare 37 campi di tennis ogni anno.

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Tra l’altro, “L’allevamento intensivo non è dannoso solo per gli animali: è pericoloso, ingiusto e sporco, con impatti estremi che vanno dal cambiamento climatico, alla perdita della biodiversità, alle malattie fino all’insicurezza alimentare” si legge sul sito del Ciwf. Ma, soprattutto, non è un sistema sostenibile anche dal punto di vista economico. “Troppo spesso viene visto come una soluzione economica ed efficiente per sfamare il Pianeta. Ma questo non potrebbe essere più lontano dalla verità. Per ogni cento calorie di raccolti utilizzati come mangimi per gli animali da allevamento otteniamo solo 30 calorie di carne e prodotti caseari; una perdita del 70%” continua l’associazione.

ALLEVAMENTI SOSTENIBILI –

Se, come dicono gli analisti, nel 2050 saremo dieci miliardi di persone, si porrà il problema di evitare lo spreco di risorse e la filiera della carne dovrà trovare una soluzione. C’è bisogno di un cambiamento di rotta, una rivoluzione che secondo il Ciwf si attuerà attraverso un approccio comune: “Abbiamo bisogno di una rivoluzione agricola e alimentare per produrre cibo sano e alla portata di tutti, con sistemi agricoli più sicuri, che promuovono il nostro benessere e quello degli animali più giusti, in grado di supportare il sostentamento rurale e diminuire la povertà. Sistemi più ecologici, che proteggano il Pianeta e le sue preziose risorse naturali”. “Abbiamo già risposte positive – ha dichiarato Lymbery – e prime aperture da giganti come McDonald’s e Unilever. Le aziende italiane, a parte Barilla e Coop, sono un po’ più prudenti. Ma il risultato finale del cambiamento è una qualità indiscutibilmente superiore nel cibo”.