Questo sito contribuisce all'audience di

No al nucleare: ma siamo al riparo dalle centrali straniere?

di Posted on
Condivisioni

Fabio Deotto

 

 

Se pensate che l’esito del quesito referendario sul nucleare abbia messo per sempre l’ Italia al riparo di incidenti come quello di Fukushima, rimettete pure in tasca gli entusiasmi. Se il nostro paese infatti ha deciso di rinunciare all’atomo, l’ Europa è ancora pienza zeppa di centrali in piena attività.

A partire dalla vicina Francia, che concentra ben 58 dei 197 reattori nucleari attivi nel continente. Senza allontanarsi di più di 200 km dai confini italiani, sul territorio francese si trovano 7 centrali nucleari attive: Cruas,Phenix, Marcoule, Saint-Albain, Super-Phenix, Bugery e Tricastin. Quest’ultima, in particolare, dista appena 270 km dal centro di Torino e negli ultimi anni è stata protagonista di diversi incidenti (l’ ultimo lo scorso 16 febbraio, quando i gruppi elettrogeni del sistema di sicurezza sono andati in tilt, senza tuttavia creare danni importanti). Ma il problema non si esaurisce con le centrali francesi, basta dare un’occhiata alla dislocazione geografica delle centrali europee per rendersi conto che, a parte l’Austria, tutti gli stati confinanti con l’Italia (Slovenia compresa) ospitano impianti entro 300 km dai nostri confini.

Incassata la sberla di Fukushima, l’Unione Europea ha deciso di fare un check-up completo alle 143 centrali ospitati dagli stati membri, che a partire dall’1 giugno saranno sottoposte a stress-test che si occuperanno di valutare quanto e se la centrale è in grado di resistere a qualsiasi tipo di inconveniente: dai disastri naturali agli attacchi terroristici. Diverse centrali, tra quelle esaminate, risalgono ancora agli anni ’70 e il commissario Ue all’Energia Guenther Oettinger ha già dichiarato che “ non tutte passeranno il test”. Tra queste con ogni probabilità ci saranno alcuni dei 34 impianti francesi costruiti tra il ’77 e l’87, oggi oggetto di un programma di riparazione e sostituzione dei generatori di vapore  segnalati come difettosi.

Dopo Fukushima, situazioni come quella francese sono emerse con tutto il loro fragore, rendendo inaccettabile per la comunità internazionale una situazione di simile precarietà. Mentre le centrali Europee vengono messe alla prova, negli Usa la Nuclear Regulatory Commission ha bloccato la produzione di reattori di nuova generazione pianificata dalla Westinghouse Electrics Co., invitando l’azienda a risolvere quei problemi che impediscono di considerare questi nuovi reattori sicuri in caso di incidenti inattesi (che siano tsunami o aerei kamikaze).

Eventi di questo tipo sono sintomo di maggiore cautela e attenzione, in gran parte scatenata dall’incidente di Fukushima. Ma aumentare le soglie di sicurezza non basta, c’è molto lavoro da fare, su diversi fronti.

Attualmente, i paesi europei seguono diversi protocolli per gestire l’eventualità di un incidente nucleare, con il risultato che non esiste ancora un modus operandi stabilito e ragionato a cui attenersi per minimizzare il danno e proteggere la popolazione. In questi giorni, però, è stato pubblicato su Health Physics, uno studio condotto da ricercatori provenienti da diversi paesi Ue, che propone un sistema two-step per armonizzare i vari piani di emergenza nucleare degli stati europei. Lo studio propone un intervento in due passi: nel primo viene calcolata la quantità di contaminanti dispersi nell’ambiente, le variazioni nelle diverse zone, il mezzo di dispersione (aria o acqua) e le condizioni climatiche (ambiente umido o secco). Acquisiti questi parametri, nel secondo passo si potrà stabilire se è più sicuro che la popolazione in una certa zona venga evacuata, o che si trinceri in casa seguendo le istruzioni per ripararsi dalla contaminazione. Lo studio prevede inoltre un piano di risposta all’emergenza organizzato in quattro periodi (dai primi due giorni, fino ai 15 anni successivi), per ognuno dei quali vengono fornite indicazioni atte a minimizzare il rischio anche a lungo termine.

Un altro fronte su cui è necessario operare, è quello della sicurezza informatica. Le preoccupazioni orbitano principalmente intorno a Stuxnet, un insolito worm che ha dimostrato di essere in grado di attaccare sistemi industriali e infrastrutture come le reti elettriche e, potenzialmente, i sistemi di controllo delle centrali nucleari. Dopo il recente attacco Stuxnet subito dall’Iran, le preoccupazioni riguardo la possibilità di un attacco hacker a una centrale nucleare sono aumentate, ma ancora si attende che le centrali vengano dotate di un sistema per monitorare il traffico informatico e prevenire simili eventualità.

C’è anche chi, pur di non rinunciare al nucleare, congegna soluzioni al limite del paradosso. È il caso di Hooman Peimani della National University di Singapore, che propone di continuare a costruire centrali nucleari, ma sottoterra. L’idea di seppellire dei mini-reattori da 30 megaWatt 50 metri nel sottosuolo, sotto uno spesso strato di granito, sorge dalla necessità di preservare la popolazione dagli inconvenienti della produzione di energia nucleare in uno stato in cui è impossibile trovare ubicazioni che distino almeno 20 km dai centri abitati. Secondo Peimani il granito potrebbe fornire un contenimento naturale in caso qualcosa vada storto.

Certo, sempre che l’inconveniente in questione non sia un terremoto.