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Ritorno al nucleare: ma dove vive Cingolani?

Riaprire il dossier in Italia è semplicemente impossibile. Ci sono stati anche due referendum. Quanto a tecnologie più sicure, ancora non esistono. Lo dice anche l’Enel

Ultimo aggiornamento il 07.09.2021 alle 19:54

Roberto Cingolani è un ministro canterino. Canta, o meglio: cinguetta, dappertutto, dai talk show televisivi, alle feste dei partiti e delle correnti, nei seminari più disparati, quando le aziende hanno bisogno della presenza di qualche nome “pesante” per giustificare le loro “generose” sponsorizzazioni. E come tutte le persone che parlano troppo, sprecando tempo prezioso, anche Cingolani rischia di cadere nella trappola del luogo comune, se non della vera e propria sciocchezza.

RITORNO AL NUCLEARE

Come se fosse al bar dello sport, nei panni di un avventore della domenica, il nostro loquace ministro si è presentato a una manifestazione di partito e così, tante per dirne una che facesse rumore, ha chiesto, di fatto, di riaprire il dossier del nucleare. Con argomenti bizzarri, e spacciati da scientifici, come il fatto che siamo ormai in presenza di una promettente quarta generazione di tecnologie in questo settore. Con una bassissima quota di rifiuti radioattivi e un’alta sicurezza, senza uranio arricchito e acqua pesante e con costi di produzione particolarmente competitivi.

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MINISTRO CINGOLANI E RITORNO AL NUCLEARE

Per rendere più accattivante la sua sparata, Cingolani l’ha condita con alcuni anatemi. Contro gli ambientalisti “radical chic” (chi sono?) che farebbero più danni dell’emergenza climatica, e contro i portatori di ideologie ormai superate. Al contrario, proprio sulla base del presunto progresso tecnologico, bisognerebbe discutere e ragionare “senza alcun pregiudizio” e magari cambiare rotta. Parole in libertà, acqua frizzante in un bicchiere d’acqua diventato una tempesta. Naturalmente, infatti, contro le dichiarazioni del ministro sono scese in campo le più importanti associazioni ambientaliste (tutte radical chic?), una buona parte del mondo politico, la Conferenza episcopale italiana, e alcuni importanti top manager di colossi dell’energia. Con il suo coniglio tirato fuori dal cilindro, Cingolani non poteva fare peggio.

PERCHÈ L’ITALIA NON USA PIÚ L’ENERGIA NUCLEARE?

Ma a parte il metodo, che solo la “febbre dell’apparire”, quella che colpisce una qualsiasi starletta della tv può giustificare, è il merito a rendere incomprensibile l’uscita del ministro.  Forse nessuno dei suoi collaboratori lo ha informato che in Italia, per oltre mezzo secolo ci sono stati incessanti dibattiti, a qualsiasi livello, e due referendum (1987 e 2011) che hanno chiuso definitivamente il dossier. Semmai sprechiamo ogni anno milioni di euro con la Sogin che dovrebbe completare lo smantellamento e la riconversione degli impianti nucleari ormai chiusi. Ma siamo in Italia e quando si tratta di chiudere un libro e aprirne un altro ce la prendiamo sempre comoda, diventiamo i maestri della melina, a vantaggio solo dei portatori di interessi opachi e personali. In ogni caso, in queste condizioni nessun governo si sognerebbe mai di riaprire il dossier sul nucleare, sapendo di andare a sbattere contro il muro dell’impopolarità: sarebbe un suicidio.

CHE COSA SI INTENDE PER QUESTIONE NUCLEARE

La cosiddetta questione nucleare, ovvero tutto il dibattito nel mondo attorno a questa fonte di approvvigionamento energetico, ha avuto una sua svolta nel 1986, con il disastro di Chernobyl, che ha modificato in modo definitivo l’orientamento dell’opinione pubblica, ovunque, rispetto al nucleare e ha fatto in modo che le decisioni in materia ricadessero sui vertici dei vari governi. E qui arriviamo alla seconda obiezione di merito rispetto alle parole del ministro: Roberto Cingolani non è più il direttore scientifico dell’Istituto Italiano di tecnologia e un bravo professore universitario, ma è il ministro della Transizione ecologica del governo presieduto da Mario Draghi. La differenza non è secondaria. Da scienziato può dire quello che gli pare, da ministro deve parlare con ponderazione, specie su temi che, per loro natura, rientrano nelle scelte la cui responsabilità è del premier. Ammesso pure che ci sia uno spiraglio per riaprire il dossier sul nucleare in Italia, cosa che escludiamo in modo categorico, sarebbe il capo del governo ad annunciarlo, assumendosene la piena responsabilità. E lo farebbe in una sede istituzionale, per esempio parlando alle Camere, e non certo intervenendo in modo estemporaneo a una manifestazione di partito. Cingolani, con il suo scivolone, dimostra ancora una volta quanto sia ambiguo il ruolo di un tecnico che assume una funzione di governo. Lui pretenderebbe di parlare ancora da tecnico, in modo neutrale; in realtà, nel momento in cui è diventato un ministro, non è più un tecnico e deve rispettare le regole del gioco. E in queste regole rientra anche un’antica e saggia definizione della politica: l’arte del possibile. Cosa che il nucleare non è, oggi e domani.

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RITORNO AL NUCLEARE NON REALISTICO PER L’ENEL

Invece che andare a fare annunci così stravaganti, Cingolani avrebbe fatto bene a farsi una chiacchierata con Francesco Starace, amministratore delegato dell’Enel, proprio sul tema di un’eventuale riapertura del dossier del nucleare. Chi più di lui potrebbe essere interessato all’argomento? E invece, Starace ha immediatamente bocciato l’apertura del ministro sottolineando due aspetti decisivi. Il primo è che si tratterebbe, come abbiamo detto, di “un ripensamento non realistico da attuare”, mentre è importante concentrarsi, a proposito di Transizione ecologica, di un mix energetico nel quale ci siano una quota sempre più alta di rinnovabili e sempre più bassa di combustibili fossili. La seconda argomentazione riguarda quella svolta tecnologica che tanto eccita Cingolani: secondo Starace la nuova tecnologia della quale parla il ministro “non è poi così nuova come sembrerebbe”. E dobbiamo ritenere che, per doveri di ufficio, di sicuro l’amministratore delegato dell’Enel, su questo argomento, sia più informato del ministro.

IL NUCLEARE IN EUROPA

Infine, ricordiamoci che siamo in Europa, e non facciamolo solo quando ci fa comodo. Qui la quota di energia prodotta da fonti nucleari si è andata molto abbassando, e la scelta più importante l’ha fatta la Germania, che ha deciso di uscire completamente dal nucleare, dove aveva una posizione di grande rilievo, entro il 2022. Decisione costosa, ma seria e rigorosa, portata avanti senza indugi e incertezze. Tra i grandi paesi europei, ancorata al nucleare resta la Francia, ma qui il dibattito è fortissimo e non sono esclusi ripensamenti strategici in tempi molto più brevi del previsto. Immaginate solo per un secondo le reazioni in Italia e all’estero di fronte a questa differenza di scelte: i tedeschi abbandonano il nucleare mentre noi ci rientriamo. Ridicolo.

Infine, la gaffe di Cingolani merita una chiosa sul rapporto tra i ministri e la comunicazione. Tra le cose che più sono piaciute del governo Draghi è la serietà nel comunicare: i social non sono la bocca della Verità, non c’è un diluvio quotidiano di post, tweet e interviste; ognuno, se parla, lo fa in riferimento al proprio ambito di responsabilità. E non in chiave generale, tranne i ministri che hanno anche un ruolo nel loro partito. Abbiamo preso, in piccola parte, lo stile del governo della Germania, dove ogni ministro ha sulla sua scrivania il programma che deve realizzare e di quello si occupa, sia nel lavoro quotidiano con i vari dossier, sia nelle uscite pubbliche attraverso interviste e prese di posizione. Lo sconfinamento non è previsto, e in questo caso, con incidenti come quello di Cingolani, si rischia di essere costretti a dare le dimissioni. Cingolani ha una responsabilità altissima: la Transizione ecologica è il nostro presente e il nostro futuro. Si occupi di questo. E non sprechi tempo in dibattiti, dichiarazioni (con una catena di repliche e controrepliche), uscite pubbliche, specie su argomenti molto delicati e non di sua stretta pertinenza. In una parola: parli meno e faccia qualcosa in più rispetto a quanto abbiamo visto finora.

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