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Così i Tar bloccano l’Italia. Cantieri fermi, e pioggia di ricorsi

Quasi 65mila contenziosi all’anno, 350mila cause in attesa di giudizio. Non c’è opera pubblica che non passi per il giudizio dei Tar: che spreco!

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SPRECHI OPERE PUBBLICHE IN ITALIA – Il ruolo del Tar è un capitolo a parte del disastro di Pompei. Il soprintendente Massimo Osanna lo ha scritto a chiare lettere al commissario europeo Johannes Hahn: due gare per lavori cruciali per la messa in sicurezza degli scavi sono state aggiudicate definitivamente ma poi sospese in seguito a una sentenza del Tribunale amministrativo della Campania. Cantiere bloccato e lavori rinviati sine die, con una prima udienza prevista soltanto nel prossimo mese di ottobre.  Quello che Osanna non ha potuto spiegare nel suo report a Hahn è il ruolo ombra del Tar in tutto l’universo delle opere pubbliche, una sorta di spettro che incombe su qualsiasi appalto, con infinite incognite. Al punto che Pompei è un paradigma dell’Italia prigioniera dei tribunali amministrativi, di una giustizia che travalica la sua funzione e contribuisce a bloccare l’intero sistema Paese.

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OPERE PUBBLICHE INCOMPIUTE: IL RUOLO DEL TAR – Già la produzione di contenziosi che approdano al Tar è spaventosa. Nel 2013 i nuovi ricorsi amministrativi per bloccare procedimenti della pubblica amministrazione sono stati 64.500, cinquemila in più rispetto all’anno precedente: una progressione in base alla quale oggi nelle varie sedi dei tribunali amministrativi sono depositati, in attesa di giudizio, 350mila fascicoli. Più di un terzo riguardano opere pubbliche, come appunto nel caso di Pompei. E ogni volta che un cantiere si blocca, l’appalto si gonfia, i costi lievitano, e le ditte reclamano nuove integrazioni di fondi rispetto ai prezzi di aggiudicazione della gara. Con altri contenziosi che si sommano ai precedenti. Un esempio? La diga del Metrano (una delle 11 dighe incompiute in Calabria), i cui lavori sono iniziati nel 1978, doveva costare 15 miliardi di vecchie lire, adesso de tutto andrà bene non basteranno 250 milioni di euro. D’altra parte, in Italia per avere un primo giudizio (poi ci sono gli appelli) in una casa civile o commerciale non bastano 500 giorni: peggio di noi fanno soltanto Cipro e Malta. E stando ai numeri del ministero della Giustizia il rapporto tra la popolazione ed i giudizi civili pendenti è di sette a uno: soltanto in Portogallo è più alto.

Se provate a fare una ricerca su Google alla voce “Il Tar blocca i lavori” vi appaiono 429.000 risultati. Una vera enciclopedia di opere pubbliche finanziate, appaltate e bloccate. C’è un pezzo di Italia in questo elenco: il porto di Taranto, l’ospedale di Belcolle, la pedonalizzazione di Pescara, il palazzo dello Sport di Pieve di Soligo, l’inceneritore di Albano, la centrale geotermica di Bagnore, le fogne di Marsala. Una lista infinita. Anche perché la tentacolare presenza del Tar si alimenta attraverso un’altra anomalia tutta italiana: il fatto cioè che nel nostro Paese sono attive 21.000 stazioni appaltanti. E più sono i soggetti che decidono l’assegnazione dei lavori, più si aprono varchi per i contenziosi dietro i quali è facile manovrare e fare girare mazzette per accelerare le pratiche. L’università Bocconi di Milano ha censito, attraverso l’Osservatorio del costo del non fare, il prezzo di questa paralisi delle opere pubbliche, del continuo appuntamento con le aule della giustizia amministrativa. Siamo già arrivati a una spesa di 60 miliardi l’anno, dal 2012 al 2027. E perfino Legambiente ha stilato un elenco di 101 opere pubbliche, decisive per la messa in sicurezza del territorio, che risultano bloccate da contenziosi amministrativi.

PER APPROFONDIRE: Opere pubbliche incompiute, uno spreco da 200 miliardi

IL MECCANISMO DI INTERDIZIONE DEI TAR – Non c’è stato presidente del  Consiglio, o governo, che non abbiamo tentato di depotenziare l’infernale meccanismo di interdizione dei Tar. Romano Prodi provò a farne una battaglia politica nei suoi due governi e mise sul tavolo un argomento molto convincente. «Abolendo il Tar il nostro prodotto interno lordo farebbe un balzo in avanti, e avremmo risolto in gran parte il problema della crescita economica» disse l’ex premier. Confortato in questa analisi da un calcolo dell’Ufficio studi di Confindustria che ha misurato con precisione il peso della giustizia civile in Italia sul prodotto interno lordo: un freno pari al 4,9 per cento. Come dire che senza il piombo dei contenziosi perenni il Paese potrebbe crescere al ritmo della Cina.

Quanto a Matteo Renzi, la sua sfida ai Tar è iniziata da quando ha ricoperto l’incarico di sindaco di Firenze. Con i giudici amministrativi il primo cittadino si è scontrato per l’Auditorium, per la nuova tramvia, per lo stadio. Poi, da presidente del Consiglio, Renzi ha tirato fuori questa metafora: «Grazie ai Tar nei cantieri italiani lavorano più avvocati che muratori». E ha promesso che nella riforma della Giustizia ci sarà un capitolo dedicato proprio ai tribunali amministrativi. Per il momento, però, della riforma non si parla, anche per non avvelenare il clima già teso con la magistratura.

Tornando a Pompei, il governo in passato ha provato ad aggirare l’ostacolo Tar nel modo più maldestro possibile: l’assegnazione delle gare d’appalto con procedure d’urgenza. Un meccanismo replicato per diversi interventi, dalle opere alla Maddalena per il G7 ai lavori per la ricostruzione a L’Aquila. Ne sono venute fuori altre cause, o meglio: inchieste della magistratura per abuso d’ufficio, turbativa d’asta e altri reati penali.  Ecco, diciamo che l’Italia potrà assomigliare a un Paese normale quando le opere pubbliche non saranno esposte né al rischio paralisi per i contenziosi con i Tar né al pericolo di una corruzione elevata a sistema. Servirebbe qualcosa che metta insieme efficienza e trasparenza, due parole che sembrano scomparse dal nostro orizzonte.

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