Sprechi enti inutili in Italia: la mappa completa - Non sprecare
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Enti inutili, la mappa degli sprechi. E dove si può tagliare

All’Enit si spendono 138mila euro per comprare giornali e riviste. Aci e Motorizzazione fanno lo stesso lavoro e il cittadino paga due volte. Un solo ente, l’Eipli, è stato soppresso e salvato 31 volte.

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SPRECHI ENTI INUTILI – La giungla degli enti inutili ha molte porte d’ingresso, ma tutte portano nella stessa direzione: lo spreco di denaro pubblico.  Abbinato, ed è un altro spreco, a sistemi porosi di organici gonfiati, centri di potere fuori controllo, sovrapposizioni di funzioni e grandinate di balzelli e di scartoffie che piovono sulle spalle dei cittadini. Si resta senza fiato a leggere nel bilancio dell’Enit  la spesa nel 2013, quando ormai la comunicazione viaggia prevalentemente sul web, di 138mila euro per comprare giornali e riviste: ma certo non è inutile a priori un’agenzia, come esiste in tutti i paesi sviluppati, per promuovere il Turismo, che in Italia tra l’altro vale il 13 per cento del pil nonostante il continuo impoverimento di un settore così strategico. Al contrario, qualcuno deve spiegare a che cosa servono realmente le Stazioni sperimentali, come quelle per i combustibili in Lombardia o per le essenze per i derivati degli agrumi in Calabria. Fanno ricerca? Creano posti di lavoro? Promuovono lo sviluppo del territorio? Mistero.

Se partiamo dall’ultima mappatura realizzata dal governo Monti, e poi aggiornata dal governo Letta, si arriva a oltre 500 enti che si possono sopprimere, o accorpare, con un risparmio in termini di spesa pubblica di almeno 10 miliardi di euro.  Magari non vedremo mai un governo capace di un taglio simile, ma l’importante, per ottenere dei risultati concreti,  è  usare, prima delle forbici, un metodo di lavoro. Per esempio dividendo la giungla degli enti inutili per grandi settori.

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Carrozzoni più che enti inutili. La sovrapposizione tra la Motorizzazione civile, che dipende dal ministero dei Trasporti, e il Pubblico registro automobilistico (Pra), che invece fa capo all’Aci, è un classico caso dell’inutilità legata alla burocrazia, con relativi stipendifici, che si gonfia come un pallone. L’automobilista che deve immatricolare o rottamare un’automobile paga due tasse, alla Motorizzazione al Pra, e quindi deve portare a termine due pratiche, per due registri di fatto uguali. Intanto, sono raddoppiati anche i dipendenti che gestiscono funzioni sovrapposte: 3.100 quelli dell’Aci, 3.000 quelli degli uffici della Motorizzazione. In tutto, più di 6mila persone.  E nel corso degli anni l’Aci si è trasformato, in termini di sfere di potere e di utilizzo del denaro, in una sorta di super holding ramificata in società che si occupano di assicurazioni, turismo, informatica, immobiliare, gestione di autodromi.  Ha un senso tuto ciò? Nessuno. Ma il primo ministro che ha provato a tagliare ed accorpare si chiama Pier Luigi Bersani, e il suo tentativo risale al 2000, quasi 15 anni fa. Fallito. Discorso simile riguarda l’Enit, che l’ex ministro Franco Frattini voleva accorpare con l’Ice: lo stopparono dicendo che si metteva a rischio l’interesse nazionale. Cioè i 138mila euro per comprare giornali e riviste, o i 17mila euro al mese intascati dai dirigenti dell’Enit, o le spese di affitto di 23 sedi sparse nel mondo. O anche, e qui siamo ai bilanci precedenti al 2013, i 530mila euro spesi per l’addestramento dei vigili urbani per fini turistici e i 515mila euro volati per la diffusione del Codice di etica del turismo.

Enti inutili, cancellati e risorti. Una seconda categoria degli enti inutili sono quelli che sulla carta sono stati eliminati, per poi tornare a vivere, con relativi costi, sotto altre insegne.  L’ente nazionale della montagna, che ha competenze in sovrapposizione con le comunità montane (in via di cancellazione) prima doveva essere eliminato, e poi invece si è trasformato nell’Istituto nazionale della montagna, protetto dallo scudo del dipartimento degli Affari regionali della presidenza del Consiglio. Come l’Ansas (Agenzia nazionale per lo sviluppo dell’autonomia scolastica), scomparsa nel 2012 e riapparsa pochi mesi dopo come Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa (Indire). O come l’Eipli, l’ente nazionale per l’irrigazione e la trasformazione fondiaria con sedi e dipendenti in Campania, Puglia e Basilicata. Messo in liquidazione nel lontano 1979 (ricordiamo sempre che la prima legge per tagliare gli enti inutili risale al 1956), è stato salvato e prorogato grazie a 31 decreti ministeriali.

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Utilissimi sulla carta, ma inservibili nella realtà. Non esiste nulla di più utile in Italia della cura e della prevenzione del territorio. Prevenire le alluvioni, tenere in ordine gli argini dei fiumi, pulire i boschi: pezzi fondamentali della mission dei Consorzi di bonifica, diventati negli anni degli autentici fortini (con parlamenti di eletti e nominati) delle clientele politiche e dei torbidi giochi della pubblica amministrazione.  Al punto che nessuno è in grado, oggi, di fare un conto esatto del costo complessivo dei Consorzi, distribuiti nelle varie regioni, e dei veri benefici della loro attività. In Toscana, la regione di Matteo Renzi, i Consorzi di bonifica sono scesi da 26 a 6, ma i dipendenti restano più di 500 e soltanto un terzo di loro lavora sul territorio. Gli altri si occupano di passare e firmare carte, spesso inutili o anche odiose per chi deve aspettare un documento per mesi e mesi.

La moltiplicazione che porta all’inutilità.  Un altro settore che avrebbe bisogno di strutture della pubblica amministrazione snelle ed efficaci è quello della formazione: ed invece siamo nel cuore del pozzo nero dell’inutile e dello spreco. Mentre le regioni continuano a dissipare i loro soldi alimentando la fornace della formazione sul territorio, spesso finta come dimostrano decine e decine di inchieste della magistratura, a livello nazionale siamo alla moltiplicazione degli enti, delle funzioni e delle sigle. Si passa dall’Ente nazionale per l’addestramento dei lavoratori del commercio (Enalc) all’Istituto nazionale per l’addestramento e il perfezionamento dei lavoratori dell’industria (Inapli) fino all’Ente per l’istruzione e l’addestramento nel settore artigiano (Iniasa). Vista da questi osservatori, l’Italia sembra un Paese che forma e addestra i suoi giovani per poi inserirli sul mercato del lavoro: le statistiche sul lavoro e sull’incrocio tra domanda e offerta di posti, raccontano invece il contrario. Nonostante la moltiplicazione degli enti, la formazione non esiste e comunque non funziona.

L’eredità  (inutile) del fascismo e del Regno. Gli enti piacevano tanto ai monarchi di casa Savoia ed a Benito Mussolini. Gli italiani hanno cancellato con il voto popolare la monarchia e la Storia ha fatto fuori, anche con il sangue di tanti cittadini, il fascismo. Ma le loro tracce, in termini di enti inutili, sono ancora integre. Nessuno è mai riuscito a fare ordine tra l’Ente per il patronato pro-ciechi intitolato alla regina Margherita e l’Istituto nazionale dei ciechi intitolato invece a Vittorio Emanuele II. Come sopravvivono, con l’impronta del duce, l’Opera nazionale dei figli degli aviatori, l’Opera nazionale per la maternità e l’infanzia dei fanciulli e l’Opera nazionale combattenti. Nella giungla degli enti inutili non può mancare un segno della retorica nazionalista: in fondo, nel buio di quello che sta avvenendo in Europa con l’onda lunga del populismo nazionalista, un tocco di nostalgia per l’Impero che non abbiamo mai avuto, dall’epoca dei romani,  fa quasi sorridere. Peccato che anche questa retorica ha un costo, e si tratta di euro in contanti.

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