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Lavoro domestico, per le donne vale cinque ore al giorno. Ma allora perché non farselo pagare?

Gli uomini invece si fermano a 131 minuti, un terzo. Un libro fa anche i calcoli di quanto spetterebbe al mese alle donne: oltre 3mila euro. Chi paga? Non certo lo Stato, ma almeno ci pensino gli uomini.

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RETRIBUZIONE PER LAVORO DOMESTICO

Tre minuti a uno. E’ la scandalosa proporzione del tempo dedicato dalle donne e dagli uomini, in Italia, al lavoro domestico, secondo le stime dell’Ocse. Una donna, anche se lavora, anche se poi ha un figlio da accompagnare a scuola o al nuoto, dedica alle faccende domestiche la bellezza di 306 minuti, cinque ore al giorno. Un uomo si ferma a 131 minuti, un terzo. Una discriminazione così forte tanto da chiedersi: ma allora perché le donne non se lo fanno pagare il loro lavoro in casa?

Abbiamo perfino una cifra indicativa: 3.045 euro netti al mese. Uno stipendio niente male, da fascia medio-alta nelle aziende. È la cifra che dovrebbe essere riconosciuta, ogni mese, alle donne che svolgono a tempo pieno il lavoro domestico. Ovvero accompagnano i figli a scuola (e fanno le autisti), curano la casa, puliscono e fanno la spesa. E così via. Il calcolo, al centesimo, è stato fatto dagli esperti di un portale, ProntoPro.it specializzato nella definizione esatta delle retribuzioni che spettano ai professionisti, in tutti i settori. E secondo me, lo dico senza ironia, una donna che svolge bene il suo lavoro domestico è e deve essere considerata un’eccellente professionista. Senza se e senza ma.

STIPENDIO LAVORO DA MAMMA

Una volta chiarito il quantum ipotetico, vi faccio una domanda: Siamo sicuri che i conti con le donne non dobbiamo farli anche rispetto alle scelte che si fanno in Economia, e non solo sul piano di una generica parità, per ora del tutto virtuale? Una brillante opinionista svedese, Katrine Marcal, nel libro intitolato I conti con le donne. Come gli economisti hanno dimenticato l’altra metà del mondo (edizioni Ponte delle Grazie) parte dal lontano, da una lucida requisitoria sul maschilismo degli economisti, innanzitutto del padre della dottrina economica, Adam Smith, e arriva molto vicino, ai giorni, all’imbuto nel quale tante, tantissime donne, sono infilate.

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STIPENDIO MESTIERE DA MAMMA

In breve, sul maschilismo degli economisti, la Marcal fa una notazione molto interessante. Benché economia sia una parola che deriva del greco oikos, cioè casa, luogo di declinazione e di dominazione femminile per eccellenza, gli economisti non si sono mai davvero interessati a ciò che avviene all’interno delle nostre case. A partire dal lavoro domestico, e dallo scandaloso rapporto, tra uomini e donne, con il quale viene svolto.

PERCHÉ RETRIBUIRE IL LAVORO DOMESTICO

Come uscire dall’imbuto e dallo spreco, visto che anche per effetto degli squilibrati carichi domestici le donne lavorano meno, in termine di percentuale di occupazione, e di più, in termini di quantità di ore (per giunta pagate meno) degli uomini? Una possibilità è quella di riconoscere una retribuzione per il lavoro domestico. Scelta sensata, ma chi paga il conto? Non possiamo chiedere allo Stato di saldarlo in modo diretto: sarebbe pura demagogia, in quanto le risorse non ci sono.

Stiamo stitici e indifferenti quando si tratta di trovare le risorse necessarie per contrastare lo scandalo della povertà che affligge milioni di famiglie, figuriamoci se possiamo anche solo immaginare una spesa pubblica per finanziare le donne lavoratrici domestiche a casa propria. Ci sono però due soluzioni alternative, altrettanto efficaci, che vanno invece perseguite, partendo dal presupposto che le donne, con il lavoro casalingo, contribuiscono in modo importante al pil, alla ricchezza nazionale. In Canada è stato fatto uno studio per calcolare questo impatto, e si è arrivati a un valore tra il 30 e il 40 per cento. Insomma, senza il lavoro domestico delle donne, l’Italia, e non solo noi, sarebbe già da tempo in bancarotta.

PER APPROFONDIRE: Economia domestica, in Finlandia si insegna a scuola. Anche ai maschi

COME FINANZIARE LA RETRIBUZIONE PER I LAVORI DOMESTICI

Il primo modo per riconoscere fino in fondo il valore del lavoro domestico è quello di dare alle donne, in termini di servizi, ciò di cui hanno bisogno per accudire la famiglia di origine e la famiglia dove si è madre e moglie: asili, incentivi per i congedi parentali dei padri al lavoro, assistenza a domicilio per le persone anziane non autosufficienti, baby sitter e badanti. Questi servizi, che oggi tracciano una linea di demarcazione tra paesi civili ed evoluti e paesi meno civili e meno evoluti, devono aumentare, e i soldi ci sono specie se si tagliano gli sprechi della spesa pubblica, come giusta ricompensa indiretta del lavoro domestico monopolizzato dalle donne. La seconda soluzione, ancora più veloce e possibile della prima, è quella di coinvolgere in modo frontale e diretto i maschietti. O con le braccia o con il portafoglio. L’uomo, che tra l’altro fa carriera e guadagna grazie alle spalle coperte in casa dalla donna, deve scegliere. O condivide questa attività, e ne prende in carico una parte, alleggerendo i pesi e le fatiche delle donne, oppure mette mano al portafoglio e tira fuori uno stipendio, sì: uno stipendio, per la moglie, la compagna, la convivente, che si fa carico dei lavori domestici nella casa dove si vive insieme. E considerando i precedenti e alcuni vizietti del noto popolo dei maschi, mi viene da dire alle donne: metteteci con le spalle al muro, le mani in alto, e il portafoglio poggiato sul tavolo. Non per rapinarci, ma per fare in modo che finalmente sia riconosciuto in modo concreto, e non teorico, il valore del lavoro domestico femminile.

 

retribuzione-lavoro-domestico (3)COME AIUTARE DAVVERO LE DONNE CHE LAVORANO: