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Economia circolare, il boom di una nuova industria made in Italy

Il divano in ecopelle dalle bucce di mele. I fertilizzanti dai fondi di caffè. Le creme antinvecchiamento dagli acini dell’uva. L’industria del riciclo degli scarti agroalimentari sta vivendo un momento d’oro.

Economia circolare, il boom di una nuova industria made in Italy
Economia circolare in Italia
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ECONOMIA CIRCOLARE IN ITALIA –

Un divano in (eco)pelle dalle bucce delle mele. I fertilizzanti dal residuo dei fondi di caffè. La bioplastica con i funghi. Le creme anti-invecchiamento dagli acini dell’uva rimasti dopo la vendemmia. L’industria del riciclo degli scarti del settore agroalimentare sta vivendo una stagione d’oro, con continue innovazioni che mettono insieme giovani ricercatori, imprenditori visionari, buona ricerca e una spinta dal basso sotto il segno dell’economia circolare. Tutto made in Italy.

LEGGI ANCHE: Economia circolare, un mondo senza sprechi. Tutto si può riusare, con grandi guadagni

SALONE DEL MOBILE DI MILANO 2016 –

Al prossimo salone del Mobile a Milano, il divano, il sofà e le poltrone in (eco)pelle, brevettata in Trentino Alto Adige, saranno tra le più interessanti novità della fiera: articolo realizzati da William Hsieh, nato a Taiwan, fondatore di Lifestyle, un vero impero americano dell’industria del mobile, con 6 miliardi di dollari di fatturato annuo. Ma il Centro di ricerca di questo nuovo materiale verrà aperto a Bolzano, in quella regione dove si produce il 70 per cento dei 3 milioni di tonnellate di mele con marchio italiano. Un numero che ci consente di essere il terzo paese esportatore al mondo, dopo Cina e Polonia, delle mele dalle cui bucce sta nascendo un nuovo segmento nel settore del mobile e dell’arredamento.

PELLET E PLASTICA –

Dalla pelle al pellet e alla plastica. Fabrizio Cattelan, proprietario dell’azienda CDA, dopo una lunga ricerca con il Dipartimento di Scienze Agrarie di Udine, ha messo sul mercato due prodotti di grande successo: pellet e fertilizzanti. Ricavati dagli scarti dei fondi di caffè, in un Paese, l’Italia, dove si consumano 3,4 miliardi di tazzine di caffè l’anno. Il pellet friulano ha una resa energetica doppia rispetto al legno, mentre i fertilizzanti sono del tutto privi di additivi chimici. L’economia circolare, qui, ha un volto green. Come nel caso della start up italiana Mycoplast, creata da quattro trentenni, studenti di Ingegneria (Federico Maria Grati, Stefano Babbini, Natalia Piatti e Maurizio Montalti), che invece dagli scarti dei funghi intende produrre una speciale bioplastica, chiamata Mogu (fungo in cinese), resistente agli urti, all’acqua e perfino al fuoco. Oppure come Agridust che ha brevettato una bioplastica, una specie di pongo pastoso, ottenuta essiccando solo scarti alimentari.

PER SAPERNE DI PIÚ: Fondi di caffè per ricavare pellet e fertilizzanti, e per eliminare uno spreco

AGRICOLTURA –

L’agricoltura ha sempre rappresentato una bacino importante per il settore mondiale delle bioplastiche, che oggi vale qualcosa come 5 miliardi di euro, ma con l’uso degli scarti, invece dei prodotti freschi, non si sottraggono più terreni alle coltivazioni, si riducono sensibilmente i rifiuti e si abbattono i costi grazie alla materia prima riciclata. Il Politecnico di Milano ha calcolato che, al momento, per l’intero settore del riciclo declinato in versione industriale sono disponibili in Italia 12 milioni di tonnellate di scarti dell’agroalimentare, e se riuscissimo ad eliminare le plastiche classiche, ricavate dal petrolio, avremmo un risparmio di quasi mezzo milione di tonnellate di greggio (che importiamo) e di 200mila tonnellate di C02, cifre da sommare alla riduzione dell’inquinamento urbano e marino (le nostre coste sono invase da tappi e bottigliette di plastica).

COSMETICA –

L’altro settore che sta fornendo interessanti sorprese, a proposito di recupero degli scarti agricoli, è quello della cosmetica. Alcuni tipi di creme, per esempio per contrastare l’invecchiamento della pelle, funzionano bene grazie al contenuto che hanno di polifenoli e resveratrolo. Due materiali presenti in dosi massicce negli acini dell’uva. Ecco perché il Polo tecnologico della Cosmesi di Crema e l’istituto di ricerca Lazzaro Spallanzani hanno deciso di studiare una tecnica per il recupero degli scarti della vendemmia da convertire in materia prima per l’industria cosmetica. E si partirà a settembre nella zona del famoso Franciacorta. Come entro la fine dell’anno dovrebbe finalmente entrare in produzione lo stabilimento di Caltagirone, in Sicilia, proprio a fianco a un’industria per la trasformazione di arance e limoni, dove Orange Fiber, una società controllata da due giovani donne, Adriana Santanocito e Enrica Arena, produrrà, con la supervisione del Politecnico di Milano, tessuti e filati prodotti dallo scarto, in pratica le bucce, degli agrumi. Una fabbrica che punta a non sprecare 700mila tonnellate di bucce, oggi un pesante ingombro nella spazzatura che invade la Sicilia, e che vuole diventare un simbolo dell’economia circolare Made in Sud.

PER APPROFONDIRE: Orange Fiber, i tessuti realizzati attraverso il recupero delle bucce di arancia

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