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Chi ci guadagna con la crisi.

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Starbucks, la leggendaria catena del caffe’ e degli yuppies, taglia 7 mila posti e 300 negozi. McDonald’ s, il re degli hamburger, apre 300 ristoranti e assume 12 mila persone. Non e’ solo la storia divergente di due aziende, ma di come la crisi che scuote il mondo stia stravolgendo i nostri stili di vita. Alle spalle le luci soffuse, l’ atmosfera rilassata, la scelta tra un (costoso) caffe’ della Colombia e un (costoso) caffe’ dell’ Ecuador, con il Mac sulle ginocchia a chattare con gli amici. E’ il momento delle luci crude, i tavoloni di formica affollati, i panini politicamente scorretti, da consumare in fretta, ma spendendo poco. Dal superfluo al necessario. Come dicono sconsolati gli analisti di Goldman Sachs, esaminando il bilancio sconfortante di Polo Ralph Lauren, un simbolo del vestire con classe, nei consumatori l’ aspirazione (con questa cosa faccio un figurone) e’ stata sostituita dalla disperazione (ma davvero devo spendere tutti questi soldi?). Un rapporto sui consumi di una grande banca, Credit Suisse, sottolinea che l’ unico comparto che regge e’ l’ alimentare: a mangiare non si rinuncia. Tutto intorno, la spirale della deflazione e’ nel suo giro piu’ maligno: i prezzi scendono, ma non abbastanza da stimolare la domanda. In Inghilterra, a dicembre, le vendite di beni non alimentari sono aumentate del 4 per cento. Ma i relativi incassi sono diminuiti dell’ 1,4 per cento, devastando i bilanci delle aziende e avvitando di piu’ verso il basso la spirale della deflazione. Non c’ e’ da sorridere, comunque, per nessuno.

Negli Stati Uniti, Saks e Neiman Marcus, gli Starbucks dell’ abbigliamento, hanno visto a dicembre le vendite scendere fra il 20 e il 30 per cento, nonostante i saldi iniziati, spesso, il pomeriggio della vigilia di Natale. Wal-Mart, il McDonald’ s della grande distribuzione, le ha aumentate, ma solo dell’ 1,7 per cento. Dice Giorgio Santambrogio, direttore generale al marketing di Interdis, una grande catena di supermercati italiana, con quasi 3 mila punti vendita: Un fatturato che regge e’ gia’ un successo. L’ esempio piu’ immediato lo troviamo nei luoghi che del risparmio – la carta vincente, oggi, per i consumatori – fanno la loro ragion d’ essere. I mercatini dell’ usato, online e sulle bancarelle, vanno alla grande e soddisfazione c’ e’ anche nel piu’ grande dei mercati dell’ usato: l’ auto. L’ anno scorso, gli italiani hanno comprato quasi 3 milioni di macchine usate, contro poco piu’ di 2 milioni di macchine nuove. Ormai, si vendono (comprese quelle cedute ai concessionari quando si acquista un’ auto nuova) 138 macchine usate ogni 100 nuove. Anche l’ usato, in realta’, dall’ autunno, secondo le stime di CarNext, una societa’ del settore, ha subito una flessione nei numeri venduti, ma meno di un terzo, rispetto a quanto e’ avvenuto nel nuovo. E, intanto, la quota del fatturato, rispetto al nuovo, si allarga: nel 2008, i rivenditori di auto usate hanno incassato 24 miliardi di euro, il 56 per cento del giro d’ affari delle auto nuove. Dove, a salvarsi, sono state solo le superutilitarie e quelle che, almeno, con gpl o metano, risparmiano sul carburante.

Piano, pero’, a generalizzare
l’ effetto-risparmio. Se, in effetti, il parametro decisivo e’ l’ incrocio fra prezzo e necessita’, sembrerebbe logico dedurre che, anche al di la’ dell’ auto, i meglio attrezzati a galleggiare sulla crisi siano i profeti del discount, gli alfieri del prezzo scontato, spesso giganti globali: Wal-Mart, Carrefour, Tesco, Metro. E le loro repliche locali. Ma la psicologia dei consumatori e’ piu’ complicata di cosi’ e la crisi morde in modo piu’ selettivo. In termini generali, questa e’ l’ era del discount: secondo i dati della Nielsen, nella prima meta’ del 2008, il 63,5 per cento degli italiani e’ andato a fare la spesa nei discount. Dallo scorso luglio, questa quota e’ salita al 72 per cento. Eppure, un gigante degli ipermercati, paradiso del prezzo basso, come Carrefour, nel 2008 ha visto diminuire di quasi il 2 per cento le sue vendite in Italia e ha dovuto ridimensionare drasticamente il suo grande ipermercato della Romanina, nella capitale. Metro sta tagliando il personale. Che succede? Ce lo fa capire Alessandro, direttore del discount Tuo a Roma, nel quartiere Gianicolense: “Noi – dice – piu’ o meno vendiamo come prima. Ma sa qual e’ la differenza, rispetto ad un anno fa?” Con il mento indica i clienti che si muovono fra gli scaffali spartani: “Vediamo ogni giorno le stesse facce. Prima venivano una volta a settimana e riempivano il carrello. Adesso, vengono ogni giorno e se ne vanno con una bustina”. “E’ finita – spiega Santambrogio – l’ epopea della shopping expedition, quando si partiva per riempire il bagagliaio della macchina con la spesa per un mese”. Il consumatore italiano non pensa di potersi permettere progetti di spesa per piu’ di due-tre giorni. “Noi – dice Santambrogio – facciamo piu’ scontrini, ma ognuno per una cifra inferiore a prima”. Nielsen conferma: lo scontrino medio dei discount e’ passato da 69,7 a 63,6 euro. A soffrirne sono proprio gli ipermercati alla periferia delle citta’: il viaggio non vale piu’ la pena. Le analisi di mercato di Infoscan dicono che, a novembre (ultimo dato disponibile prima che le vendite venissero drogate dallo shopping natalizio), gli ipermercati hanno venduto l’ 1,6 per cento in meno, rispetto ad un anno prima, e incassato il 3,1 per cento in meno. I supermercati, secondo Santambrogio che, da Interdis, segue marchi come Dimeglio e Sidis, in particolare quelli di quartiere, sono meglio in grado di adattarsi alle caratteristiche della clientela locale, ad una prevalenza di clienti anziani, piuttosto che di coppie con figli. Infoscan registra che, a novembre, gli incassi dei supermercati sono cresciuti dell’ 1,7 per cento rispetto al 2007.

Il consumatore italiano, insomma, pensa in piccolo e tira la cinghia. Tuttavia, i contorni della crisi italiana sono ancora fluidi e incerti. Gennaio e’ il mese dei saldi e delle tredicesime ancora in tasca, la massa dei precari tagliati il 31 dicembre ha ancora un mese di stipendio, le ondate di licenziamenti e di cassa integrazione si stanno materializzando solo adesso. Il picco della crisi deve, forse, ancora arrivare. Oppure la crisi italiana sara’ diversa da quella dei paesi dove, oggi, sta colpendo piu’ duro. Stefano Beraldo, amministratore delegato del gruppo Coin-Oviesse, ha un osservatorio privilegiato: i negozi Oviesse hanno un’ offerta economica, mentre l’ offerta di abbigliamento Coin si rivolge ad un segmento di mercato piu’ alto. “Francamente – dice Beraldo – io non vedo differenze. Natale 2008 e’ andato, piu’ o meno, come il 2007 e, anzi, forse Coin e’ andata meglio di Oviesse. Anche i saldi sono andati bene in tutt’ e due le catene. Certo, non ci sono piu’ i turisti russi e giapponesi a tenere su le vendite, le donne si concedono meno sfizi e tutti sono piu’ attenti al rapporto qualita’/prezzo. Fare il nostro mestiere e’ diventato piu’ difficile. Ma niente di paragonabile al massacro cui assistiamo su mercati come quello americano, inglese o spagnolo. Magari il consumatore italiano e’ piu’ resistente. Oppure stava peggio gia’ prima”. In effetti, in Italia non c’ e’ stato ancora nulla di paragonabile allo “sboom” dei paesi in cui lo sgonfiarsi della bolla immobiliare prima, del credito al consumo e delle carte di credito, poi, ha determinato un crollo repentino, verticale, devastante delle vendite. Non c’ e’ stato lo sboom, perche’, prima, non c’ era stato il boom: da anni, redditi e consumi italiani sono ai limiti dell’ asfittico. Questo, tuttavia, vuol dire che la ripresa, quando arrivera’, sara’ piu’ lenta ed incerta e che la crisi, se arrivera’ a colpire duro, trovera’ un organismo gia’ indebolito. Soprattutto, perche’ il malessere dell’ economia italiana, che viene da lontano e che la crisi globale puo’ solo aggravare, ha gia’ intaccato la resistenza di quelle classi medie che sono il nerbo dell’ esercito dei consumatori. Una ricerca condotta da Interactive Market Research ci fornisce un panorama degli umori e delle paure di queste classi medie.

Come tutti i sondaggi on line, il campione non e’ rappresentativo della realta’ nazionale. Ma, in questo caso, e’ un vantaggio. Perche’ un campione con il 30 per cento di laureati e il 50 per cento con un reddito sopra i 2 mila euro mensili e’ l’ immagine della classe media attiva e, se da questa esce un sentimento univoco di pessimismo e rinuncia, i prossimi mesi saranno duri per tutti. E, qui, quasi meta’ degli intervistati ha difficolta’ ad arrivare a fine mese e tre quarti si dichiarano molto preoccupati, al pensiero di un acquisto imprevisto che costi quanto un mese di stipendio. La lista delle rinunce e delle cose indispensabili ci fornisce una guida per capire chi soffrira’ di piu’ e chi meno, per la crisi. Via libri, dvd, giornali, sigarette, cinema e teatro. Piu’ televisione? Rai e Mediaset, pero’: meta’ del campione dichiara di aver rinunciato a Sky. Niente videocamera o videogames. Anche la tv a schermo piatto puo’ attendere. Tagliati la palestra e l’ estetista. Niente abiti eleganti, borse, attrezzature sportive. Neanche il cappotto nuovo. Al supermercato, basta con i dolci, l’ acqua minerale, pesce, vino e birra. In generale, basta con i prodotti di marca: chi se ne frega dell’ abito griffato e, per mangiare, vanno benissimo i prodotti con il marchio del supermercato locale. Se ogni crisi, come dicono gli economisti, e’ anche un’ opportunita’, questa e’ l’ ora dei terzisti, delle etichette anonime e un incubo per che si e’ preoccupato soprattutto di costruire il proprio “brand”, il proprio marchio. E, poi, chi si salva? Sulla tavola delle classi medie continueranno ad esserci pane, pasta, olio, latte, uova e carne. I bambini avranno i loro giocattoli. Se proprio bisogna spendere, agli interventi di piccola manutenzione per la casa non si puo’ rinunciare. Ai gadget tecnologici, invece, si’. La decimazione e’ quasi totale. Quasi. Per Nokia, Dell, Ericsson, Samsung, Asus, c’ e’ un po’ di luce, in fondo al tunnel. Computer e telefonino restano due must. La classe media affonda, ma comunica.