A fronte della sua violenza assassina, della potenza distruttiva che esprime a tutte le latitudini, della scia di morte e distruzione che semina, la guerra ha un lato ingenuo, che guardiamo meno, ma esprime tante cose. Questa ingenuità non ha nulla di fanciullesco, e non ha legami con quella retorica persino romantica con la quale tanti giovani hanno confuso la morte con il patriottismo. Piuttosto è l’ingenuità che nasce dall’ignoranza, di solito combinata al super-io e all’hybris, che porta, per esempio, a considerare la guerra come una “soluzione breve”, e dunque con pochi e temporanei danni.
A parte che quando la parola passa alle armi, e la diplomazia si eclissa, fare previsioni sui tempi di una guerra è davvero un azzardo al tavolo della banalità del male, che rasenta la stupidità. Eppure è avvenuto molto spesso, con un filo rosso che quasi annoda questi appuntamenti con la storia nella sua versione più tragica.
I comandi militari francesi e tedeschi avevano convinto i rispettivi governi che la Prima Guerra Mondiale sarebbe stata molto breve, durando solo qualche mese: è andata avanti per quattro anni lasciando alle sue spalle un cimitero planetario con 16-18 milioni di vittime. Benito Mussolini decise di entrare in guerra, e siamo al Secondo conflitto mondiale in prosecuzione del primo, convinto che tutto sarebbe durato giusto il tempo di incassare il dividendo della vittoria: da buon cafone non aveva capito nulla, e la sua decisione costò una scia di sangue al popolo italiano. Eppure un colto giornalista, Giovanni Ansaldo, lo aveva avvisato con una battuta fulminante, quando Mussolini lo chiamo per anticipargli una scelta che non era affatto obbligata: «Duce, sono sugli attenti, ma mi permetto di farle una domanda: lei ha mai visto l’elenco telefonico di new York?».
Molti anni dopo un altro dittatore, Vladimir Putin, ha fatto male i suoi conti, immaginando una guerra breve e vittoriosa con l’annessione dell’Ucraina: con una ingenuità davvero imperdonabile, pensava, insieme con gli oligarchi del regime, di chiudere la partita in poche settimane. Ma aveva sottovalutato l’eroica resistenza del popolo ucraino (lo stesso errore che fecero, ingenuamente, gli americani con la guerra del Vietnam), la sua ferma intenzione di non capitolare di fronte a un criminale di guerra.
E vogliamo parlare dell’ingenuità di Donald Trump? Per lui la guerra è un berretto da generale messo sulla testa, una sala di comando dove lui può fare il bullo, e una serie di avvertimenti stop and go: tutto dovrebbe sempre risolversi in poche ore, ma poi le cose non vanno mai in questo senso. Eppure la storia recente dovrebbe avere dimostrato agli ingenui americani che è impossibile in scenari come quello mediorientale impostare un conflitto dai tempi brevi e dalle soluzioni facili. Ed è puro velleitarismo, sia la vuota e bugiarda retorica di esportare la democrazia: così finisce solo in qualche pantano, come è avvenuto in Iraq, in Libia, e nello stesso Iran, dove nel 1979 gli americani guardarono con spregiudicata ( e ingenua) acquiescenza la rivoluzione guidata dall’ayatollah Khomeini che rovesciò lo scià Mohammad Reza Pahlavi e ridisegnò l’intera architettura geopolitica del Medio Oriente.
L’ingenuità in guerra non esclude la violenza, ma semmai la alimenta. Più gli errori di visione, di strategia, e di previsione, si sommano, più aumenta la macabra contabilità di morti e feriti causati da una guerra i cui tempi si allungano, mentre la regia degli avvenimenti sfugge di mano a chi li ha scatenati. L’ingenuità, combinata con la ferocia fine a se stessa, misura leadership fragili, barricate a difesa dei propri interessi, distanti anni luce dalla fondamentale visione della politica come «arte del possibile». L’israeliano Benjamin Netanyahu e il palestinese Abu Mazen sono paralizzati nell’asfittica idea di poter risolvere l’atavico conflitto medio-orientale a colpi di attentati e bombardamenti. Mentono sapendo di mentire, e la loro ingenuità serve a mascherare la loro debolezza. Netanyahu si è convinto che soltanto la guerra può salvarlo dal naufragio dell’impopolarità e da una sconfitta elettorale che, per lui, potrebbe persino significare un processo, una condanna e il carcere. Il novantenne Abu Mazen è aggrappato con le sue mani sporche di sangue a un potere effimero, irresponsabile, corrotto, attraverso il quale ha trascinato un intero popolo nel vuoto dell’isolamento e della distruzione senza freni. Netanyahu e Mazen esprimono allo stesso modo l’idea ingenua che i conflitti si possano risolvere soltanto con l’uso della forza (bombe o attentati), senza alcuna mediazione diplomatica. Il contrario di quanto pensavano leader dello spessore e del calibro di Yitzhak Rabin, che ha pagato con la vita la sua ossessiva ricerca di un compromesso, graduale quanto limpido, per la convivenza di due popoli in due stati, l’unica soluzione possibile alla luce della ragione e del realismo.
Il mondo nelle mani di autocrati che pensano di risolvere tutto con le armi e con qualche negoziato in un circolo del golf, rovescia il paradigma del post-Novecento, quando dopo due conflitti mondiali, si creò l’architettura internazionale, a partire dall’Onu, che doveva servire a creare gli spazi per promuovere la pace ovunque ci fosse un focolaio di guerra. Un obiettivo, tra l’altro, scolpito anche nell’Agenda dell’Onu 2030 per lo Sviluppo sostenibilità (goal numero 16: pace, Giustizia e Istituzioni solide), a conferma che problemi globali, come una guerra mondiale “combattuta a pezzi”(quella che stiamo vivendo, secondo la definizione data da Papa Francesco) o la crisi climatica con i suoi effetti devastanti, non possono non avere nelle sedi internazionali i luoghi appropriati per la ricerca di soluzioni in grado di reggere l’urto della stupidità e dell’indifferenza umana.
L’ingenuità maschera anche l’ambizione di ridisegnare gli equilibri di potere su scala mondiale. Un leader accorto e misurato, come il cinese Xi Jinping, ha fatto esattamente questo errore di calcolo quando si è tirato fuori dai tavoli negoziali per fermare l’invasione russa in Ucraina (come non intende contribuire a provvedimenti presi a livello internazionale sui temi ambientali), convinto che quella guerra gli avrebbe fatto comodo in quanto avrebbe tenuta impegnata l’America e la flebile Europa, dando così alla Cina la possibilità, intanto, di costruire la sua tela di alleanze in chiave di duello finale con gli Stati Uniti. La risposta degli americani non si è fatta attendere, e i fronti di guerra si sono moltiplicati, laddove in ciascuno di essi gli Stati Uniti intendono piazzare la loro bandiera di un impero che, al contrario di quanto pensano tanti analisti, non sembra affatto destinato a un definitivo declino, come avvenne nell’ultima fase della vita dell’impero romano.
Ci vorrà tempo per ricomporre i cocci di un mondo frantumato dagli autocrati violenti e narcisisti quanto ingenui e precari, e questo è il mandato che attende le nuove generazioni: ma la storia ci induce all’uso dell’ottimismo della volontà, e sappiamo che dopo «l’ora più buia», prima o poi, arriva sempre la luce.
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