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Il fenomeno “mancession”: con la crisi economica le donne tornano a lavorare

La recessione seguita alla crisi economica che ha determinato la perdita di molti di posti di lavoro tradizionalmente occupati dagli uomini, la cosiddetta “Mancession”, nel nostro paese ha avuto un sorprendente “effetto collaterale”: ha riportato le donne sul mercato del lavoro.

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CRISI ECONOMICA E DONNE –

La crisi economica in atto sta cambiando profondamente il mercato del lavoro. A volte può succedere che una grave debolezza si trasformi in una straordinaria opportunità: è quello che sta accadendo nel nostro Paese. Certo, molto deve essere ancora fatto ma la crisi da blocco si è in un certo verso trasformata in un momento storico per creare nuove prospettive. Un’occasione da non buttare al vento: quello sarebbe un vero spreco.

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REINVENTARSI UN LAVORO IN TEMPO DI CRISI –

Abbiamo visto molte persone reinventarsi un lavoro pur di non rimanere bloccati: ricordate ad esempio la storia di Devis Bonanni, il giovane friulano che ha deciso di impostare la sua vita in maniera autosufficiente e vicino alla natura? O ancora la scelta di tre mamme fiorentine che hanno deciso di sfidare la crisi sfruttando la rete e le sue potenzialità per aiutare chi è alla ricerca di un impiego?

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CRISI ECONOMICA E DONNE –

In particolare,in Italia ma anche in Europa e negli Stati Uniti, la recessione seguita alla crisi economica ha determinato la perdita di molti di posti di lavoro tradizionalmente occupati dagli uomini. Un fenomeno denominato come mancession o recessione maschile che nel nostro paese ha avuto un sorprendente “effetto collaterale”: ha riportato le donne sul mercato del lavoro.

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CON LA CRISI LE DONNE TORNANO A LAVORARE –

Succede così che mentre gli uomini fanno fatica a ricollocarsi e a trovare un nuovo impiego, le donne per far fronte alle difficoltà economiche rispolverano il vecchio titolo di studio messo da parte anni prima per dedicarsi alla famiglia e ai figli e ricominciano a lavorare.

Crisi economica e lavoro per le donne

“Non solo le donne hanno mostrato di avere più probabilità di mantenere la loro occupazione, ma decine di migliaia sono tornate sui posti di lavoro”, scrive Giada Zampano nel suo articolo sul  Wall Street Journal senza trascurare però che l’occupazione femminile in Italia è tra le più basse del mondo occidentale. Secondo i dati Eurostat, in Italia la percentuale di donne lavoratrici è del 50 per cento contro una media europea del 62 per cento. Una percentuale che, nello specifico, in Svezia arriva al 76,8 per cento e scende di qualche punto in Germania dove si attesta sul 71,5 per cento.

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IL VECCHIO MODELLO CULTURALE: DONNE CASALINGHE E MADRI –

Una situazione dovuta soprattutto ancora a una certa influenza culturale che in Italia, soprattutto al Sud, vede ancora le donne come casalinghe e madri. Un modello culturale dominante che ha contribuito a mantenere le donne lontane da ruoli di responsabilità. Senza contare, come ricorda il Wall Street Journal che “quasi il 9 per cento delle madri lavoratrici hanno dichiarato di essere state licenziate almeno una volta a causa di una gravidanza”. E a tale proposito, il quotidiano cita la prassi dichiarata fuorilegge nel 2012, che consisteva nel far firmare alle donne al momento dell’assunzione una lettera di dimissioni che veniva fatta scattare in caso di gravidanza.

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SETTORI IN CUI LE DONNE TROVANO LAVORO –

Ora però la profonda crisi in corso sta cambiando le carte in tavola e sta riportando le donne sul mercato del lavoro. I settori in cui si è verificato maggiormente l’aumento dell’occupazione femminile sono il servizio pubblico, la sanità e i servizi familiari. Come rilevano i dati Istat, dal 2011 al 2012 il numero delle donne occupato è aumentato di ben 110mila unità. E non solo: nel 2012 l’8,4 per cento delle donne è stata la principale fonte di reddito per le coppie sposate con figli mentre nel 2008 era solo del 5 per cento.

DATI CONFARTIGIANATO DONNE AL LAVORO –

Dati che trovano una conferma anche da quelli rilevati da Confartigianato secondo i quali, negli ultimi 5 anni il numero delle lavoratrici indipendenti italiane (imprenditrici, lavoratrici autonome, libere professioniste) è diminuito di 123.000 unità, pari al 6,7 per cento in meno. Un calo inferiore a quello registrato dalla componente maschile del lavoro indipendente che, dal 2008 al 2013, è diminuita del 9,1 per cento con una perdita di ben 387.900 unità.

I DATI DI UNIONCAMERE –

L’Osservatorio dell’Imprenditoria femminile di Unioncamere-InfoCamere rileva invece che delle 6.140 imprese in più che tra settembre del 2012 e settembre di quest’anno si sono aggiunte alla base imprenditoriale del paese, ben 3.893 (il 63 per cento quindi) hanno a capo una o più  donne spesso scese in campo per darsi da sole quel lavoro che non trovano. Aumentano inoltre le donne che lavorano a tempo parziale e che invece preferirebbero lavorare a tempo pieno.

UNA RIVOLUZIONE INVOLONTARIA DA NON SPRECARE –

Segnali positivi importanti quindi, una rivoluzione involontaria che potrebbe portare a un cambiamento radicale per quanto riguarda le dinamiche all’interno della famiglia e il ruolo svolto dalle donne.

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