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Divorzio breve: più facile separarsi, ma intanto i matrimoni stanno crollando

Siamo vicini alle famiglie zero a zero: una ne nasce e una ne muore. Un terzo dei figli degli italiani nascono fuori dal matrimonio.

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DIVORZIO BREVE –

Tutto più facile. Il Senato ha dato il via libera alla legge sul divorzio breve e dopo la definitiva approvazione della Camera sarà possibile dirsi addio tra coniugi in sei mesi dalla separazione (se è consensuale) o al massimo in un anno (se ci sono conflitti). Fino ad oggi servivano tre anni. Tutto più facile, tutto più breve, in una società dove la secolarizzazione della famiglia ha una tendenza molto chiara e netta: meno matrimoni e più instabilità. Nell’ultimo anno censito dall’Istat, il 2013, i matrimoni sono stati 194.000 (quindici anni fa erano 250.000), quasi 40mila in meno dal 2008.  Si va sempre meno sull’altare, o anche solo davanti all’autorità civile, con un quoziente di nuzialità precipitato a 3,5 matrimoni ogni mille abitanti (nel Sud è più alto: 4,1 per mille): nel Duemila erano 5,3, quasi il doppio. E la situazione sarebbe ancora più catastrofica se non ci fossero gli stranieri, che ormai rappresentano circa un terzo dei nuovi matrimoni. Mentre si formano sempre meno coppie, dal punto di vista istituzionale, nella vita pratica si gonfiano quelle scoppiano. Le separazioni sono 89mila, i divorzi 54mila.  Sommando i due dati significa che stiamo andando velocemente, come un lampo, verso una società con le famiglie zero a zero: una nasce e una muore. Una marcia che pone l’Italia, la culla del cattolicesimo,  perfino in una posizione anomala rispetto agli altri paesi europei, laddove la media Ue del quoziente di nuzialità è pari al 4,4 per mille con nazioni tradizionalmente considerate laiche, come la Finlandia e la Svezia vicine al 5 per mille.

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COME È CAMBIATA LA FAMIGLIA ITALIANA –

Che cosa sta accadendo? Innanzitutto è cambiata radicalmente la fisionomia della famiglia, scossa alla radice da una serie di choc che riguardano il costume, la demografia e l’economia. Tutto cambia dal 18 dicembre 1970 quando entra in vigore la legge sul divorzio: è una conquista per la maggioranza degli italiani che confermano la loro metamorfosi con un secco no al referendum per la sua abolizione del maggio 1974. Da allora separarsi, divorziare, mandare all’aria un matrimonio, non è mai più stato considerato un fatto religioso, etico, ma solo una questione economica, con relativi diritti e doveri.  Nel frattempo l’onda lunga della ristrutturazione familiare ha scavato il suo solco e oggi è vero che abbiamo 24 milioni e 600mila famiglie, ma è altrettanto vero che la loro struttura è ben diversa da quella che abbiamo conosciuto durante tutto il Novecento. Più del trenta per cento sono infatti famiglie formate da una sola persona, il 13,5 per cento non sono unipersonali ma non hanno vincoli di coppia. E un terzo dei figli degli italiani nascono fuori dal perimetro matrimoniale.

DIVORZIO BREVE IN ITALIA –

Dunque la famiglia del Mulino Bianco esiste solo nella pubblicità. E un ulteriore deterrente a formarla, o comunque a provarci, viene dal fatto che diminuisce la materia prima. I giovani, con la voglia di sposarsi. Per effetto della curva demografica, di un impoverimento generale del Paese, di una forte emigrazione, insomma di una crisi profonda che colpisce le nuove generazioni, abbiamo perso, in soli cinque anni, un milione di giovani tra i 16 e i 34 anni. E abbiamo così ridotto il potenziale bacino matrimoniale.  Se chi si avventura sull’altare è ormai un eroe, chi perde la pazienza in poco tempo è il nuovo prototipo di partner. Sfumano nei ricordi dei racconti dei nostri nonni le famiglie che reggevano nonostante periodi di tensioni, di tradimenti, di rotture. Si aspettava prima di rompere il famoso vincolo, e nell’attesa si finiva spesso per superare la fase critica. Ricordate le note crisi del settimo anno? Bene: dal 1985 sono raddoppiate, raggiungendo quasi il 10 per cento dei matrimoni. Un lieve raffreddamento del contenzioso matrimoniale è dovuto solo a fattori congiunturali: la Grande Crisi scoraggia le unioni, ma fa riflettere prima di tirare fuori da 5 ai 25mila euro (conta sempre la differenza tra separazioni consensuali e conflittuali) per liberarsi dell’ex compagno di vita. Al contrario domina quella che monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio consiglio per la Famiglia, definisce come «l’egolatria imperante». Ovvero la convinzione che si possa vivere bene chiusi nel proprio io, senza neanche riconoscere il noi, e senza misurarsi con le difficoltà che derivano dalla condivisione di un’esistenza o solo di un suo pezzo. Io, io, io. E da qui, sono ancora parole di monsignor Paglia, la «defamiliarizzazione» della società italiana, dove pure di famiglie sulla carta ne contiamo, come abbiamo visto, quasi 25 milioni. E dove pure non esiste un politico che non affermi la necessità di fare qualcosa per i nuclei familiari.

DIVORZIO BREVE: GLI OBBLIGHI DERIVANTI DALLA SEPARAZIONE –

Il processo di sfarinamento del vincolo matrimoniale, di quella sorta di costituzione scritta e non scritta di diritti e di doveri tra coniugi in funzione di un condiviso progetto di vita, appare così irreversibile, e in fondo la legge approvata al Senato non fa altro che prendere atto di quanto è già avvenuto nella società. Semmai lo accelera, con sbocchi che possiamo considerare imprevedibili. Perché se il vincolo viene rimosso, e quasi azzerato, come vanno rivisti gli obblighi che derivano da una separazione? Oggi, per esempio, il coniuge più debole ha diritto a un assegno assistenziale dopo il divorzio e per tutta la vita. Ma questa era una norma di protezione, come il diritto alla casa e come le tutele a proposito di alimenti, che aveva un senso, una logica, fin quando il vincolo matrimoniale durava a lungo, molto a lungo. Cioè mezzo secolo fa. Mentre adesso, come osserva il professore Carlo Rimini, il paradosso è che il vincolo matrimoniale lo puoi rompere in sei mesi, ma quello assistenziale dura tutta la vita. Quindi, secondo Rimini, al divorzio breve, e coerentemente con i nuovi tempi dell’addio, deve seguire un ulteriore cambiamento delle norme: niente più assegni a vita per il coniuge più debole, ma solo una somma una tantum «compensativa dei sacrifici fatti» da calcolarsi sulla base della durata del matrimonio e dell’entità dei sacrifici. Già, sacrifici: ormai sposarsi in Italia è una scelta che rasenta l’immolazione.

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