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Sprechi acqua: il 30 per cento si perde nella rete e spendiamo 234 euro di minerale

Impianti bucati, pochi investimenti e il 15 per cento degli italiani ancora senza impianti di depurazione. Un disastro sul quale bisognerebbe investire per creare ricchezza e lavoro. E per proteggere la nostra salute

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SPRECHI ACQUA – Sono numeri impressionanti e perfino catastrofici quelli che il Censis ha appena fornito a proposito dello spreco di acqua in Italia. Ma sono anche numeri che consentono di capire quantE opportunità di sono, in termini di crescita economica e di nuovi stili di vita salutari, se riuscissimo a invertire la tendenza di questo scempio nazionale. Partiamo da un primo dato: gli italiani spendono, mediamente, 234 euro l’anno per acquistare le confezioni (spesso in plastica super inquinante) di acqua minerale. Record europeo e posto numero tre al mondo. Ognuno è libero di spendere i propri soldi come vuole, per carità, e in alcuni casi l’uso dell’acqua minerale, pensiamo a chi soffre di coliche renali, può diventare indispensabile. Ma la verità è che gli italiani (il 31 per cento della popolazione, il doppio nelle regioni meridionali) non si fidano dell’acqua che esce dai rubinetti, specie dopo tanti casi di allarmi relativi alla potabilità e perfino alle tracce ritrovate di arsenico.

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E qui veniamo a un secondo spreco. A fronte di una ricchezza enorme di sorgenti e di acque naturali, noi sprechiamo tutto nelle reti idriche, bucate e obsolete, dove circa il 32 per cento dell’acqua viene dispersa, con punte che raddoppiano al Sud. Inoltre, a proposito di impianti fuori uso, quasi il 10 per cento della popolazione denuncia interruzioni di erogazione (il triplo in Calabria). Teniamo presente che anche in questo caso abbiamo la maglia nera in Europa, visto che le perdite della rete in Germania sono attorno al 6 per cento e in Inghilterra al 15 per cento. Un terzo spreco, infine, con pesanti e gravi rischi per la salute, riguarda il fatto che il 20 per cento delle acque reflue non viene depurato e finisce per inquinare mari, fiumi e laghi del Paese. Pensate: siamo nell’anno di grazia 2014 e il 15 per cento della popolazione italiana (il 22 per cento nel Mezzogiorno) non è collegata ad alcuna rete fognaria, tanto che l’Italia ha già avuto due condanne in sede europea per la mancata depurazione delle acque reflue.

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Che cosa si può fare, concretamente e subito, per uscire dal tunnel di questo disastro? Bisognerebbe mettere sul tavolo soldi per investimenti negli acquedotti pubblici colabrodo e nelle reti fognarie che non esistono. Soldi pubblici, come quelli che servono per la scuola: ci pensi il premier Matteo Renzi quando parla di cambiamento e di Bella Italia. E soldi privati, laddove però non possiamo immaginare che gli imprenditori siano disposti a investire con agilità in un sistema soffocato da una rete, spesso corporativa e clientelare, di 300 gestori del servizio idrico. Al momento i nostri investimenti nel settore sono briciole, pari ad appena il 30 per cento di quanto spendono gli inglesi che vogliono acqua buona e corrente per i loro cittadini.