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Colosseo, sponsor e sprechi: così la burocrazia fa fuggire i privati. E la Bella Italia cade a pezzi…

Tre anni per avviare il restauro dell'Anfiteatro Flavio con i soldi di Della Valle e ancora nulla, tranne una pioggia di ricorsi in vari tribunali. Stessi ostacoli a Benetton in Veneto e Cucinelli in Umbria. A Pompei nessuno vuole mettere un euro, e gli scavi si sfarinano. Intanto le sponsorizzazioni per i restauri sono crollate ovunque.

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RESTAURO BENI CULTURALI – Si fa presto a dire sponsor privati per la cultura. Ed è ancora più semplice, se stiamo alle parole o agli annunci, invocare come ha fatto il capo del governo Matteo Renzi in Senato, “gli investimenti privati per valorizzare al massimo il patrimonio culturale italiano”. Parole, appunto. I fatti e le cifre raccontano tutta un’altra storia, quella vera, con il seguente titolo: in Italia è di fatto impossibile per un privato, singolo cittadino o multinazionale che sia, contribuire in modo concreto a non sprecare i nostri tesori artistici. A salvarli dal degrado, dalla polverizzazione, come nel caso degli scavi di Pompei, ed a renderli una leva essenziale di crescita economica e sano sviluppo. Con benessere, anche sul piano della civiltà, posti di lavoro, ricchezza diffusa, opportunità a 360 gradi.

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IL RESTAURO DEL COLOSSEO FINANZIATO DA DIEGO DELLA VALLE – Un esempio? L’imprenditore Diego Della Valle, al quale non mancano quattrini, relazioni e carattere, ha deciso nel 2011 di investire 25 milioni di euro per il restauro del Colosseo. Sono passati tre anni, persi nel nulla, e si è aperto un primo cantiere di lavori “in mora”, cioè ad altissimo rischio di chiusura, ogni giorno, mentre il tufo dell’Anfiteatro Flavio continua sbriciolarsi. In questo periodo una potente e inossidabile macchina della burocrazia all’italiana si è messa in moto e, a parte i soliti e cronici ritardi dell’amministrazione comunale di Roma e i soliti tira e molla delle soprintendenze, il restauro del Colosseo finanziato dal gruppo Tod’s in cambio di uno “sfruttamento” (già la parola è sbagliata…) del marchio del monumento per le sue campagne di marketing, è finito nel tritacarne dei ricorsi e dei tribunali. Ha pontificato l’Antitrust (per presunte distorsioni della concorrenza), il Consiglio di Stato (per un ricorso del Codacons), e il Tar è ancora in agguato (per un ricorso di una ditta esclusa dall’appalto dei lavori). Non solo. Nei tre anni del nulla, i costi del restauro sono già lievitati, come l’Iva che ingoierà quasi 6 milioni dei 25 stanziati da Della Valle. Finirà mai questa babele di intoppi? Speriamo nel lieto fine, ma è solo un esercizio di ottimismo della volontà, e in ogni caso è impossibile che il Colosseo tornerà a risplendere entro il 2016 come era previsto.

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IL RESTAURO DELL’ARCO ETRUSCO DI PERUGIA E DEL TEATRO LA FENICE A VENEZIA – Le stesse montagne da attraversare a Roma per una sponsorizzazione così strategica, sono state affrontate, risalendo l’Italia, da Brunello Cucinelli per l’Arco Estrusco di Perugia e dalla famiglia Benetton per il teatro la Fenice di Venezia. Sono solo dei casi concreti, dei fatti, che si potrebbero aggiungere ad altre decine di esempi , e se poi aggiungete il particolare non trascurabile che i nostri imprenditori non hanno una spiccata vocazione al mecenatismo, allora si spiega perché nel 2013 le sponsorizzazioni private alla cultura in Italia sono state pari ad appena 159 milioni di euro. Briciole. Tra l’altro concentrate nelle mani di quei grandi gruppi industriali, da sistema Paese, che sostengono pezzi fondamentali del nostro patrimonio artistico.

La Scala affonderebbe, quasi come l’Opera di Roma o il San Carlo di Napoli, senza il generoso contributo annuale dell’Eni, ed è l’Enel che finora ha consentito di accendere le luci del museo Macro a Roma, quello che l’amministrazione Marino rischia di distruggere. Per non parlare delle Fondazioni bancarie: senza il loro contributo sul territorio di riferimento, concreto anche se discontinuo, sarebbe impossibile tenere ancora in piedi una rete di 4.588 musei, monumenti e aree archeologiche e perfino le 12.609 biblioteche e i 34.000 luoghi di spettacolo della Bella Italia. Le Fondazioni non hanno chiuso i rubinetti nel 2013, ma hanno fatto tagli orizzontali (fino al 50 per cento del budget), con rischi seri per molte istituzioni culturali: e questo perché le banche, che di fatto finanziano le Fondazioni attraverso i dividendi, hanno ridotto drasticamente, se non azzerato, la distribuzione degli utili, in quanto sommerse da perdite. Una spirale micidiale per l’intero tessuto culturale italiano.

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LA VALORIZZAZIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE IN ITALIA – Eppure qualsiasi pezzo, anche il più piccolo, di un patrimonio culturale che nel caso dell’Italia vale già oggi 214 miliardi di euro (la fonte è uno studio di Unioncamere e della Fondazione Symbola) in termini di filiera culturale, dagli incassi per i biglietti alle notti in albergo di un turista che visita un museo, deve essere conservato ( e reso fruibile), tutelato e valorizzato. Punto. Missione impossibile se viene affidata solo alle mani pubbliche, come dimostra il fatto che solo il 6 per cento dei musei italiani è dotato di audioguide o dispositivi digitali. Mentre, e questo numero spiega da solo le potenzialità sprecate, ogni euro speso per visitare un museo, ne produce due in termini di ricchezza per il territorio.

L’OCCASIONE SPRECATA PER IL RESTAURO DEGLI SCAVI DI POMPEI – Senza rompere il tabù dei privati, e del loro ruolo, non ci sarà salvezza né tantomeno valorizzazione del patrimonio culturale italiano. A Pompei, lo stesso Della Valle, e non solo lui, era pronto a individuare una cordata di aziende internazionali disponibili a investire nell’area archeologica più importante del mondo. Di fronte al caos permanente ed effettivo sono tutte fuggite a gambe levate, e d’altra parte ancora oggi con chi dovrebbero parlare e decidere? Con i muri che si stanno sfarinando? Eppure, a pochi chilometri di distanza dal disastro di Pompei, la sinergia tra pubblico e privato, in un’altra meraviglia della Bella Italia, gli scavi di Ercolano, sta funzionando e il colosso informatico Hewett Packard ha messo sul tavolo 20 milioni di euro, senza sprecarli. Qualcuno spieghi al ministro Dario Franceschini, è un suo diritto saperlo, perché a Ercolano sì, ed a Pompei , come in buona parte d’Italia, no.

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