Beni culturali in Italia, il grande spreco
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Monumenti in abbandono: uno spreco italiano

Frammenti di reperti abbandonati, senza un destino e senza una funzione, o luoghi sacrali, inutilizzabili nell’interesse della collettività. Non si vede, insomma, né un’ordinaria manutenzione dei beni culturali né un uso appropriato, moderno ed efficace di questo patrimonio

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Si fa presto a dire che i beni culturali in Italia diventeranno la nuova fonte di ricchezza e di sviluppo del Mezzogiorno. Sulla carta il tesoro c’è in ogni angolo del Mezzogiorno, nei fatti lo stiamo riducendo a un patrimonio fossile. Frammenti di reperti abbandonati , senza un destino e senza una funzione, o luoghi sacrali, inutilizzabili nell’interesse della collettività. Non si vede, insomma, né un’ordinaria manutenzione dei beni culturali né un uso appropriato, moderno ed efficace di questo patrimonio. E la cosa sconcertante riguarda il ruolo dei rappresentanti dello Stato, i soprintendenti, che spesso diventano i sovrani dei luoghi, roba loro, i custodi dell’agonia, quasi sempre in aperto contrasto con le amministrazioni locali secondo la peggiore tradizione del Sud prigioniero di istituzioni che non collaborano.

LO SPRECO DELLA REGGIA DI CASERTA. La Reggia di Caserta è un esempio emblematico di questa deriva. Ogni giorno un nuovo crollo, l’ultimo ha riguardato una parte della facciata restaurata appena un anno fa, con fondi che non arrivano mai, finora 9 milioni di euro dei 23 promessi, cantieri sempre aperti, turisti che rischiano la pelle durante le visite. Intanto, la soprintendente interpreta il suo ruolo con un totale distacco dal sindaco, dalle associazioni di categoria, dai commercianti, dagli imprenditori e dai sindacati. Dalla città. Vive nel suo mondo, come se un’istituzione culturale non avesse bisogno dell’ossigeno di un rapporto armonico con il territorio e non di uno sterile e controproducente conflitto strisciante. La Reale tenuta di Carditello, invece, ha fatto un passo avanti verso il baratro: è andata all’asta, con otto battute finroa deserte, e con qualche associazione di benemeriti volontari che consentono saltuarie visite del monumento. Il precedente ministro aveva promesso di intervenire, ma non si capisce per fare che cosa. Se lo Stato ha i soldi e vuole conservare la proprietà del bene, ha il dovere di proteggerlo e non farlo morire; se invece ha deciso di affidarlo ai privati, deve scrivere un bando che, tutelando la conservazione del monumento, ne consenta un uso efficiente. Altrimenti finirà che, a forza di ribassi e con un’amministrazione pubblica impotente, la Reale tenuta di Carditello andrà nelle mani di qualche spregiudicato affarista della zona. E lui sicuramente saprà che cosa farne.

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L’ASSURDO DI PIAZZA PLEBISCITO. Ma il paradosso più evidente è stato toccato a Napoli. Piazza Plebiscito, sullo sfondo del Palazzo Reale borbonico, è un simbolo dell’incompiutezza e delle contraddizioni con le quali vengono gestiti i beni culturali: può rappresentare un volano di sviluppo della città oppure restare un luogo metafisico di silenzi e di abbandoni. Nel corso degli anni qui ci sono celebrate importanti manifestazioni artistiche (con le solite, stucchevoli polemiche), concerti e perfino interi cartelloni di estati musicali. E qui, nei giorni scorsi, grazie alla musica di una star internazionale come Bruce Spreengsteen sono arrivate migliaia di persone e innanzitutto si sono rivisti i turisti che hanno speso soldi negli alberghi, nei ristoranti, nei negozi, della città. Tutto bene, fino a quando il soprintendente non ha deciso che i tendoni montati, provvisoriamente, per il concerto non fossero uno sfregio all’armonia del luogo, e dunque ha sottoscritto un decreto che di fatto impedisce nuovi concerti. Piazza Plebiscito è stata così sequestrata, sulla base della decisione di un funzionario dello Stato entrato a piedi uniti in conflitto con il sindaco e con l’amministrazione comunale. Pazienza, poi, se Pino Daniele non canterà più a piazza del Plebiscito e se il luogo tornerà a spegnersi nel suo improduttivo silenzio. Il comune non ha i soldi per regalare concerti ai cittadini ed ai turisti, e nessun privato si sogna di rinunciare a quelle attrezzature, i tendoni appunto, che servono a motivare il costo di un biglietto e dunque il rischio di un’impresa economica. Meglio non fare nulla. Ma in questo modo un bene comune, come Piazza del Plebiscito, diventa il feudo di una sorta di viceré del patrimonio artistico sul territorio, dotato di un potere assoluto che rende le sue decisioni inappellabili. E la cultura, più che una ricchezza da tutelare e un potenziale tesoro da utilizzare, si trasforma nel regno di una burocrazia ispirata dal furore ideologico dell’immobilismo fine a se stesso.

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