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Musei italiani: quanti sprechi e quante occasioni perdute

L’80 per cento non ha un bookshop, e solo 4 hanno un ristorante. Al Metropolitan di New York i servizi commerciali valgono 50 milioni di dollari l’anno. In Sicilia più custodi che visitatori, e nei nostri musei solo il 23 per cento dei dipendenti dice una parola in inglese

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PROBLEMI MUSEI ITALIANI –

Quali musei andranno a dirigere i venti direttori, italiani e stranieri, uomini e donne, appena nominati  attraverso la selezione di un concorso internazionale? Per nessuno di loro sarà una passeggiata perché il sistema museale italiano si regge su una contraddizione di fondo: è il più ricco del mondo per quantità di collezioni e per presenza sul territorio, con 423 musei statali e oltre 4mila in mano agli enti locali, ma il meno efficiente dal punto di vista del funzionamento e delle tante, troppe occasioni sprecate.

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IL FALSO DILEMMA –

Da anni il dibattito pubblico nel paese a più alta intensità museale del mondo, uno ogni 13mila abitanti, verte su una contrapposizione fasulla, ovvero tra conservazione e tutela (scolpite nella Costituzione) e valorizzazione. Come se le due cose fossero in conflitto e non, al contrario, perfettamente integrate come avviene di norma nei migliori musei del Pianeta. Così come, altra demagogica menzogna, non esiste per dogma un’alternativa tra il pubblico e il privato, e se è vero che lo Stato non ha i mezzi e le possibilità per fare tutto, è anche vero che non sempre i privati hanno dato buona prova nella gestione dei servizi aggiuntivi. Fatto sta che in Italia l’80 per cento dei musei non ha un bookshop, e appena quattro sono attrezzati con un ristorante. Soltanto al Castello di Schonbrunn , a Vienna, tra caffè e ristoranti si contano 8 strutture (una ha perfino due stelle Michelin)  e British Museum e Louvre incassano ogni anno circa 22 milioni di euro con i servizi aggiuntivi, mentre al Metropolitan di New York il commercial trading vale oltre 50 milioni di dollari.

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IL BUCO DEI RICAVI –

E’ vero: la rete museale ha sofferto molto per il taglio dei fondi statali e per  il blocco delle assunzioni. Ma purtroppo questo è il risultato non solo di scelte politiche sbagliate, ma anche di un uso distorto delle risorse umane e finanziarie.  Prima di un cambiamento introdotto dal ministro Dario Franceschini, nel luglio dello scorso anno, un terzo dei visitatori italiani non pagava il biglietto. Assurdo. Alla Pinacoteca di Brera, uno dei luoghi più importanti per la qualità del patrimonio artistico, i ricavi propri non arrivano al 10 per cento, mentre le sponsorizzazioni si fermano al 15 per cento del budget. Con questi numeri, cioè con una valorizzazione pari a zero, è difficile conservare e tutelare le opere: non a caso nel 31 per cento dei musei italiani, la metà dei lavori sono chiusi negli scantinati. E mentre noi facciamo mostre casarecce, senza neanche sfruttare bene le collezioni permanenti, con zero ricerca, all’estero ogni mostra diventa un evento, e un affare innanzitutto per le casse del museo. Al British Museum è bastato esporre 250 pezzi della collezione pompeiana, per portare 11 milioni di euro di ricavi vari e altrettanti per lo sfruttamento dei diritti di un film sugli ultimi giorni della città romana.

IL NODO DEL PERSONALE –

Il 90 per cento dei bilanci dei musei sono assorbiti dalle spese fisse, personale e servizi. La lobby dei custodi spadroneggia ovunque, sempre coperta da un sindacalismo picaresco, e chiusure selvagge si verificano puntuali a Pompei come al Colosseo, a Ercolano come a Brera, a Ravenna come agli Uffizi. In tutta Italia. In Sicilia, poi, si tocca il fondo, con più custodi (5.600 in organico) che visitatori. Al museo archeologico di Caltanissetta, per esempio, a fronte di 21 vigilantes in organico, ci sono stati 685 visitatori in un anno con un incasso complessivo di 1.437 euro. Più che pochi, i custodi sono mal distribuiti e non si capisce perché lo Stato non possa trasferire personale da altre amministrazioni in via di smantellamento, pensiamo alle Province, nei musei dove invece servono rinforzi in organico. Inoltre, il personale dei musei italiani è poco qualificato, appena il 23,8 per cento spiccica una parola d‘inglese,  e la metà delle strutture non hanno un sito web per mancanza di dipendenti esperti in informatica. All’estero, il personale dei musei è formato in apposite accademie (da Schonbrunn a Versailles) e non viene reclutato a colpi di infornate clientelari. In Francia, in Inghilterra, in Germania, lavorare in un museo significa svolgere un’attività professionale di rilievo, riconosciuta nella società a tutti i livelli, dal custode al direttore che, nel caso dei grandi musei, è considerato, nella scala del potere, allo stesso livello di un ministro.

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UNA GOVERNANCE INCOMPLETA –

A questo punto, capirete bene perché tra i venti nuovi direttori appena nominati, non ci siano nomi di candidati stranieri che arrivano dalla serie A del circuito museale internazionale. Chi volete che lasci anche un medio museo in Francia o In Germania per rischiare nella palude italiana? Nonostante ciò bisogna dare atto al governo di avere fatto una scelta di rottura, rispetto alla prassi di nomine opache, decise dalle solite lobby corporative e politiche: almeno il metodo, in questo caso, è stato corretto. E se nella lista compare un solo nome che proviene dal ministero, più che gridare allo scandalo degli italiani mortificati, bisognerebbe interrogarsi sul livello di preparazione dei nostri soprintendenti che non sono più, di certo, i fuoriclasse che abbiamo avuto fino alla fine del Novecento. Piuttosto i magnifici venti dovranno fare i conti con un’autonomia dimezzata, quasi virtuale. Sono dominus assoluti nel loro territorio, ma non possono toccare palla sul personale. Immaginate quale potere reale possa avere un amministratore delegato di un’azienda che ha un budget, ma non può né assumere un impiegato né tantomeno liberarsi di qualche scansafatiche. Qualcosa bisognerà cambiare in questa governance all’italiana.

I MECENATI CHE NON SI VEDONO –

Chiusi nell’astratta polemica tra tutela e valorizzazione, abbiamo perso di vista un obiettivo fondamentale: recuperare risorse private per la gestione e anche per la conservazione delle collezioni. Premesso che i ricchi in Italia non sono così generosi con il loro patrimonio culturale, non sentono il dovere di restituire qualcosa al pubblico di quanto hanno ricevuto in privato, i casi di sponsorizzazioni che funzionano si contano sulla punta delle dita, come ad esempio l’arrivo della Tod’s di Diego Della Valle per il restauro del Colosseo. Un intervento che ha dovuto superare veti di soprintendenti, funzionari di varie amministrazioni e giudici del Tar e del Consiglio di Stato. Al contrario, in Francia siamo arrivati perfino a ricche donazioni, per specifici interventi, attraverso la raccolta di fondi sul web. Il Louvre ha così potuto avviare il restauro della Nike di Samotracia, grazie a 1 milione di euro raccolto con il sito Tous Mecenes (www.tousmecenes.fr). Tutti mecenati, perché un museo è appunto un bene di tutti, anche quando si tratta di mettere mano al portafoglio.

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I RESTAURI INFINITI –

Sarebbe interessante, e utile per capire la gravità del fenomeno, se il ministro Franceschini si decidesse a mettere su Internet i fondi stanziati per ammodernare e restaurare musei e siti archeologici in Italia, e la tabella di marcia dei vari cantieri. Si scoprirebbe, ancora una volta, che il problema non è tanto nella quantità dei fondi, quanto nel modo come vengono spesi. La Reggia di Caserta ha visto crollare i suoi visitatori da 1 milione nel 1998 a meno di 500mila nel 2014 (a Versailles i visitatori sono 10 milioni): nel frattempo in oltre un decennio non è riuscita neanche a spendere i soldi per riparare il tetto. Agli Uffizi di Firenze, il museo più visitato d’Italia con 1 milione e 936mila ingressi l’anno, l’entrata è un calvario e tanti, specie stranieri, rinunciano all’impresa. Bene: da 17 anni si discute, e intanto si spendono soldi, sul nuovo accesso disegnato dall’architetto Isozaki. Anche la Piramide del Louvre, il nuovo ingresso in vetro, divise amministratori e opinione pubblica in Francia. Ma in alcuni anni fu realizzata, e oggi il Louvre, anche per questa opera, è considerato uno dei musei più efficienti del mondo.