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Musei: la rivoluzione di Franceschini per non sprecare il nostro patrimonio artistico

Un terzo dei visitatori nei musei italiani entra senza pagare il biglietto. Adesso si cambia e l’ingresso diventa gratis solo per gli under 18. Arrivano i manager e i privati anche per bloccare il crollo del turismo

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VALORIZZAZIONE DEL PATRIMONIO ARTISTICO ITALIANO – La scossa c’è. A colpi di decreti il ministro dei Beni Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, prova a imprimere un’accelerazione in un settore dove da anni, troppi anni, stiamo sprecando risorse e opportunità. E dove finora abbiamo visto molti convegni, con relativi proclami, e pochi fatti. Ma vediamo da vicino quali sono i punti più importanti previsti nei provvedimenti del governo, e da quali incognite sono accompagnati.

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MUSEI, DA LUGLIO NUOVE TARIFFE E NUOVI ORARI – Forse è esagerato parlare di rivoluzione, ma certo il cambiamento nei prezzi e innanzitutto negli orari di apertura dei musei italiani è molto forte. Dal prossimo 1° luglio pagano pegno gli over 65, che non avranno più i biglietti gratis, mentre sono previste riduzioni per i giovani sotto i 25 anni e ingressi free per gli under 18. Inoltre, una domenica al mese i musei  saranno “a porte aperte”, mentre sono previste almeno due notti l’anno con biglietti a 1 euro. Passo avanti anche per quanto riguarda gli orari, con i grandi musei (a partire da Colosseo, Pompei e Uffizi) dove l’apertura viene prolungata fino alle 22 tutti i venerdì. Sia le nuove fasce dei biglietti sia il parziale allungamento degli orari sono in linea con quanto già avviene, da anni, in tutte le capitali europee, e chiunque conosce i musei di Parigi, Londra e Berlino, sa bene che le aperture museali notturne sono considerate ordinaria gestione. Piuttosto, bisognerà vedere come reagiranno i potenti sindacati dei custodi alla scossa impressa da Franceschini. E se continueranno, come è avvenuto a Pompei qualche giorno fa oppure al Colosseo in occasione della Notte dei musei, ad alzare barricate contro qualsiasi cambiamento. Intanto, ieri abbiamo appreso dal ministro che nei musei italiani, ad oggi, più di un terzo dei visitatori non paga il biglietto. Uno spreco e una costosa anomalia nel sistema Cultura made in Italy.

LO STUDIO DELLA STORIA DELL’ARTE NEI LICEI – In questo caso la firma del provvedimento è del ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, di concerto con Franceschini: la storia dell’arte diventa materia obbligatoria in tutti i licei. Non può essere diversamente in un Paese che ha il nostro patrimonio culturale, per arricchire la formazione degli studenti, in qualsiasi indirizzo liceale, e anche per dare più opportunità di lavoro a chi ha la passione per i Beni culturali. C’è da notare che questo provvedimento, come ha contabilizzato il ministro Giannini, ha un costo basso (25 milioni di euro l’anno rispetto a un budget del ministero di 51 miliardi di euro), La prova aritmetica che il cambiamento non è sempre e solo una questione di quattrini o di chissà quali riforme: talvolta basta la buona volontà.

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SGRAVI FISCALI, AUTONOMIA FINANZIARIA E MANAGER – Questi tre aspetti vanno messi insieme, perché  Franceschini, e la scelta gli va riconosciuta, sta dando un’impronta politica molto chiara al suo ministero: largo a una piena integrazione tra pubblico e privato, fine dei tabù organizzativi e niente veti da parte della burocrazia e di un certo conservatorismo culturale italiano. Il ministro è giustamente convinto che senza l’intervento dei privati, che non deve mai sostituire e cancellare il ruolo del pubblico, il nostro immenso patrimonio artistico non potrà mai essere né ben conservato né tantomeno valorizzato. Da qui l’Art Bonus, con un generoso credito di imposta del 65 per cento per donazioni e sponsorizzazioni; l’autonomia finanziaria nella gestione dei musei e la figura centrale di un manager (un manager, e non un ennesimo esperto in sovrapposizione con il soprintendente o il burocrate di turno) per i grandi musei.  Le intenzioni, sebbene scolpite in un decreto, dovranno poi misurarsi con i fatti. Il caos gestionale negli Scavi di Pompei, che prosegue da anni,  sta arrivando alla resa dei conti: i 105 milioni di euro del Grande Progetto stanziati dall’Europa dovranno essere spesi entro il 31 dicembre 2015. E il soprintendente Massimo Osanna ha già detto che «è impossibile raggiungere l’obiettivo». Riusciremo ad avere una proroga dall’Europa, cavandocela con la solita brutta figura? O Pompei perderà questa irripetibile occasione di rilancio? Per il momento sono state introdotte alcune deroghe per gli appalti che si tradurranno di fatto in una pioggia di trattative  private, con i rischi, in caso di cattiva gestione del sito, di nuove opacità e nuovi scandali. Discorso analogo vale per la Reggia di Caserta, dove è stata modificata la governance e i soldi per i restauri, almeno in parte, ci sono: ma il tesoro vanvitelliano resta un monumento dello spreco della Bella Italia abbandonata. Quanto ai privati, proprio ieri Franceschini è tornato alla carica per chiedere 31 milioni di euro necessari a completare, entro il 2018, il restauro della Domus Aurea. Il ministero non ha questi soldi, e tantomeno la soprintendenza archeologica: se qualcuno non si farà avanti, possibilmente senza dovere attraversare la babele di veti e di ostacoli che la Tod’s di Diego Della Valle ha incontrato per l’apertura del cantiere per il restauro del Colosseo, la Casa di Nerone resterà chiusa.Valorizzazione del patrimonio artistico italiano: la rivoluzione di Dario Franceschini

BENI CULTURALI E TURISMO – Nel presentare i suoi provvedimenti, Franceschini ha ricordato che per ogni euro investito nella Cultura c’è un ritorno di 1,7 euro, attraverso un effetto-moltiplicatore di cui beneficia l’intera economia. D’altra parte l’intera filiera culturale e creativa italiana vale 214 miliardi di euro con 1,4 milioni di addetti. Ma i numeri purtroppo non dicono solo questo. Stiamo sfruttando così male il nostro patrimonio artistico e culturale che continuiamo a perdere quote di mercato nel grande giro del turismo mondiale. Nel  2014, solo per fare un esempio, la crescita del turismo internazionale in Italia (anche grazie a eventi eccezionali come la beatificazione due Papi) sarà pari al 3,1 per cento: peccato che i nostri concorrenti europei viaggiano attorno a un incremento del 5 per cento. Fanno meglio di noi perfino la Grecia, il Portogallo, la Spagna, e non solo la solita Francia. Fino al 1970, dunque non stiamo parlando dell’età della pietra, l’Italia era il primo paese al mondo per la quota di turismo internazionale che riusciva ad attrarre con una percentuale del 7,7 per cento. Adesso siamo soltanto al sesto posto, e la nostra fetta della torta si è dimezzata al 4,4 per cento.  E Franceschini sa bene che, non a  caso, Cultura e Turismo sotto sotto lo stesso ministero: il suo.   

Da Il Mattino

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