Beni culturali in Italia: lo sfruttamento degli inglesi - Non Sprecare
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Musei e cultura: così gli inglesi fanno i soldi con i nostri tesori. Che spreco….

In Italia con la cultura riusciamo solo a disperarci, e guardandoci allo specchio non possiamo nascondere un senso di vergogna di fronte a tante opportunità sprecate.

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Si chiude la mostra e si passa al film. Botteghino dopo botteghino, sponsor dopo sponsor: una pioggia di incassi, tutti grazie ai nostri tesori. Al British Museum di Londra per fare Bingo è bastato esporre, da aprile a settembre, 250 pezzi degli scavi di Pompei, quelli dove i turisti spesso non riescono a entrare per qualche sciopero selvaggio e dove i crolli si sommano nell’impotenza generale. Gli scaltri inglesi prima hanno incassato 11 milioni di euro con la mostra, e adesso mettono in circolazione un film tridimensionale, costato appena 100mila euro, con il quale pensano di raddoppiare i ricavi, altri 11 milioni di euro, e di promuovere, con la potenza del cinema, il più importante museo della capitale. Loro con la cultura non solo ci mangiano, ma riescono a trasformarla in un’industria senza smarrire l’identità e il ruolo di un’istituzione museale.

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Semplicemente, anche nell’arte, sia come attività economica sia come conservazione e ricerca, ognuno fa bene il mestiere che gli compete e i risultati parlano. Noi invece, e stiamo parlando innanzitutto dell’Italia meridionale, con la cultura riusciamo solo a disperarci, e guardandoci allo specchio non possiamo nascondere un senso di vergogna, oltre che di sgomento, di fronte a tante opportunità sprecate.

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BENI CULTURALI IN ITALIA: I NUMERI. I danni, che il paradosso londinese ci sbatte in faccia come una sberla, sono enormi. A proposito di contabilità, Federculture ha calcolato alcuni effetti macroscopici dell’inettitudine, laddove nel Mezzogiorno si concentra la metà dei siti archeologici, dei monumenti e dei musei dell’intero territorio nazionale, ma si realizza appena il 24,8 per cento del fatturato del settore, 28 milioni su un totale di 113 milioni. Mentre il 41 per cento dei visitatori di tanta bellezza non paga il biglietto di ingresso (portoghesi? bagarini? amici degli amici?), i turisti stranieri hanno voltato le spalle ai tesori meridionali: nel 2012 in Calabria, dove con i Bronzi di Riace gli inglesi farebbero un’altra super mostra con film, sono arrivati appena 220mila stranieri, rispetto ai 20 milioni della Lombardia, crocevia di affari più che di cultura.

Tutte le regioni del Sud, sommate, hanno un numero di arrivi dall’estero pari alla sola Toscana. E nessuno può dire che gli scavi di Pompei e di Ercolano, come la reggia di Caserta, valgono meno, in termini di attrazione, dei tesori rinascimentali di Firenze e di Arezzo.

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Negli ultimi anni ogni governo che si è insediato ha ripetuto la sua promessa, come un rosario, di trasformare alcuni luoghi-simbolo del patrimonio culturale meridionale in un volano del turismo nazionale, in un punto strategico del sistema Paese. Vasto programma. Intanto però, lo dice sempre la contabilità di Federculture, l’industria culturale nel Sud si traduce in circa 12 miliardi di euro di valore aggiunto, rispetto ai 27 miliardi del solo Nord-Ovest. In attesa della svolta epocale, dobbiamo prendere atto di un fallimento strisciante, diciamo quotidiano. Magari a questo giro di governo delle larghe intese vedremo qualche novità sull’argomento, auguriamocelo, se non altro la leva della cultura è talmente ovvia che nessuno, nel centrodestra e nel centrosinistra, dovrebbe esercitarsi nei giochi di interdizione che mettono a rischio buona parte dell’agenda Letta. Tra ministeri e uffici vari, dalla Cultura al Turismo, qualcuno potrebbe, in attesa che si realizzi il sogno della Grande Pompei, iniziare a concertare la vendita nei circuiti internazionali di un pacchetto made in Sud, una sorta di Grand Tour tra le bellezze meridionali.

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E qualcuno potrebbe, con autorevolezza ed efficacia, provare a importare negli spazi museali più importanti del Sud qualche modello applicato con successo in Europa. Il caso del British, infatti, non è isolato. A Versailles, in Francia, si raggiungono i dieci milioni di visitatori l’anno anche perché agli appuntamenti culturali, dieci contemporaneamente, si sommano gli eventi legati alla concessione ai privati degli spazi per una conferenza, un meeting, una visita privata sponsorizzata da un’azienda. Nel castello di Schonbrunn, in Austria, sono aperti tutto il giorno 8 locali pubblici, tra caffè e ristoranti: si tratta di luoghi apprezzati dai turisti e anche dai cittadini residenti che scelgono la Reggia dei viennesi per una colazione di lavoro o per una giornata all’aria aperta, durante il fine settimana, con la famiglia. E mentre i giovani meridionali gonfiano le statistiche della disoccupazione, nell’Accademia di Schonbrunn, una scuola professionale incardinata nella macchina della Reggia, si sfornano restauratori, curatori di mostre, storici dell’arte, esperti di marketing culturale.

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Inghilterra, Francia, Germania: sono solo degli esempi su come funziona il connubio tra patrimonio culturale, tutelato dal pubblico ma non ostile all’intervento dei privati, e turismo, cioè economia in generale. Sono modelli, a proposito di strategie, che in Europa, a casa nostra e senza rincorrere l’America troppo diversa dall’approccio in materia di politiche culturali rispetto al vecchio continente, funzionano e producono ricchezza, oltre che buona conservazione del patrimonio artistico. L’Italia del Sud, purtroppo, in Europa non c’è.

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