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Politica e corruzione: ecco tutti i leader sotto processo

Il potenziale conflitto tra l’azione giudiziaria e il primato della politica è una costante della democrazia nel mondo occidentale

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Le indagini della magistratura che fanno tremare governi, presidenti e premier non sono un’esclusiva italiana. Il potenziale conflitto tra l’azione giudiziaria e il primato della politica è una costante della democrazia nel mondo occidentale, in un equilibrio dei poteri sempre a rischio corto circuito.

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In queste settimane, per esempio, il governo spagnolo, pure coperto da una maggioranza parlamentare bulgara, è sotto scacco per l’inchiesta sui fondi neri del Partito popolare che rischia di travolgere il premier Mariano Rajoy. L’ex tesoriere del partito, Luis Barcenas, si è pentito di fronte al tintinnio delle manette e ha vuotato il sacco, ricordando i versamenti in contanti, da 20mila e da 25mila euro, consegnati personalmente in una busta marrone a Rajoy. Il capo del governo però non molla, e senza attaccare la magistratura giura di essere intenzionato a portare a termine il suo mandato, forte del fatto che i numeri in Parlamento, al momento, impediscono una procedura di impeachment. Ma Rajoy con questa inchiesta si è giocato il futuro: la sua popolarità è crollata, il 70 per cento dei cittadini lo boccia, e nel Partito popolare si è aperta la guerra di successione, con l’ex premier José Maria Aznar pronto a tornare in campo.

Anche in Francia il problema non è tanto quello della sentenza di una corte, quanto il giudizio popolare, sebbene l’inquilino dell’Eliseo gode di una sorta di immunità giudiziaria fino alla fine del suo mandato. Francois Hollande deve così parare due colpi micidiali che hanno affossato il suo gradimento. Il primo è arrivato con le dimissioni del suo ex ministro del Bilancio, Jerome Cahuzac, accusato di riciclaggio e frode fiscale per i conti che aveva prima in Svizzera e poi a Singapore. Il presidente francese, compresa l’antifona, è stato rapidissimo e in poche ore ha scaricato il ministro con parole molto pesanti: «Ha ingannato lo Stato e i francesi, una colpa imperdonabile». Ma neanche il tempo di riprendersi e sulle spalle di Hollande è arrivata una seconda frustata: questa volta è finito sotto processo Jacques Augier, anche lui come Cahuzac accusato di avere società offshore nel paradiso fiscale delle isole Cayman. E Hollande non potrà scaricarlo con una battuta, perché stiamo parlando del capo tesoriere della sua campagna elettorale per le presidenziali.

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D’altra parte in Francia non c’è presidente che, una volta uscito dall’Eliseo, non si sia poi ritrovato a fare i conti con qualche processo. E’ andata così nel caso di Jacques Chirac, sotto accusa per finanziamenti illeciti e abuso di potere, anche per i suoi lussuosi menù, pagati dai contribuenti, quando era sindaco di Parigi. E adesso tocca a Nicolas Sarkozy, che deve affrontare il tribunale di Bordeaux per circonvenzione di incapace e la procura di Parigi per corruzione attiva e finanziamenti illeciti alla sua attività politica. Nel primo caso l’ex presidente paga il conto dei soldi arrivati dalle casse dell’Oreal, a sostegno della sua campagna per le presidenziali del 2007, per volere della signora Liliane Bettencourt, interdetta dai suoi eredi; al centro del secondo episodio ci sono invece ben 50 milioni di dollari che sarebbero finiti nelle casse del partito di Sarkozy dal dittatore libico Gheddafi, attraverso un giro di consulenze versate a oscuri intermediari. L’Upm si difende a voce alta, e grida al complotto politico, ma in queste condizioni il ritorno in campo di Sarkozy, per le presidenziali del 2017, sembra un capitolo già chiuso.

In Germania, Angela Merkel è sotto choc per le inchieste che stanno travolgendo la prima fila del partito bavarese Cristiano-Sociale. Ben 17 politici di un prezioso alleato della Merkel sono accusati di sfacciato nepotismo e la prima testa è già caduta con le dimissioni da deputato di George Schmid che da vent’anni passava alla moglie, con i soldi dei contribuenti, uno stipendio di 5mila e 500 euro al mese. La Merkel dovrà scegliere, in vista delle elezioni del prossimo mese di settembre, tra la solidarietà agli alleati bavaresi, che potrebbero essere determinanti per la sua rielezione, e l’indignazione dell’opinione pubblica. Un bel dilemma per la cancelliera che ricorda bene come la carriera e il prestigio del suo padre politico, Helmut Khol, furono inceneriti proprio da un’inchiesta della magistratura sui fondi neri al partito conservatore.

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Se nell’Europa continentale le inchieste giudiziarie che riguardano premier e presidenti sono concentrate sui finanziamenti e sulla corruzione, nel mondo anglosassone la partita si gioca su un altro valore considerato, come l’onestà, non negoziabile: il rispetto della privacy. Tony Blair ha sudato freddo per scansare l’onda lunga di tre indagini, compresa quella sulle intercettazioni telefoniche che ha travolto in Gran Bretagna il gruppo editoriale del magnate australiano Rupert Murdoch. Blair, padrino di nozze della figlia di Murdoch, ha confessato prima in tribunale e poi ai giornalisti che il sostegno dell’editore è stato determinante per i suoi successi politici, ma ha preso le distanze dai metodi dei giornalisti del gruppo, e in ogni caso la sua carriera politica si è chiusa da tempo. Rischia molto, invece, Barack Obama dopo che si è alzato il velo sul sistema messo in piedi dalla National Security Agency, sotto la sua presidenza, che ha spiato le telefonate di milioni di cittadini americani e si è inserita nei server di Google e di Microsoft. Obama, per il momento, ha scelto la linea della difesa a oltranza di questi metodi, necessari per garantire la sicurezza degli Stati Uniti. Ma i media americani non lo mollano, sulle televisioni appaiono le sue interviste quando accusava il predecessore George Bush di violare la privacy dei cittadini e sul web circola il nuovo nome con il quale il presidente viene timbrato: George W. Obama.

Infine, un piccolo ma significativo caso di magistratura e politica che regolano i conti al contrario, a favore della seconda. Siamo in Islanda dove l’ex premier Geir Haarde è finito sotto processo, e ha rischiato fino a due anni di galera, con l’accusa di avere causato, per negligenza, il default dell’isola. Haarde è andato in aula a tutte le udienze, ha portato tonnellate di carte e di documenti, e alla fine non solo è stato assolto, ma ha perfino incassato un risarcimento di 25 milioni di corone, pari a 150mila euro. E ha salvato la sua reputazione.