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Riforme in Italia e tagli agli sprechi: frenati da Tar e Consulta

Le decisioni del governo e del Parlamento devono fare i conti con una valanga di sentenze, firmate innanzitutto dalla Corte Costituzionale e dal Tar

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Un colpo dietro l’altro. Le decisioni del governo e del Parlamento in Italia non devono fare i conti soltanto con il precario equilibrio politico del Paese ma anche con una valanga di sentenze, firmate innanzitutto dalla Corte Costituzionale e dal Tar, che molto spesso azzerano i provvedimenti. In tutti i settori. E così Enrico Letta ogni mattina deve dare un occhio a due bollettini: gli umori della sua anomala maggioranza, sempre sull’orlo di una crisi annunciata o minacciata, e le sentenze che arrivano dai palazzi della magistratura.

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La Corte Costituzionale, per esempio, ha smontato pezzo dopo pezzo l’intero impianto di riforma del decentramento amministrativo. A fatica, e dopo anni di promesse, il governo di Mario Monti era riuscito a cancellare le province con un colpo secco, inserendo una scelta condivisa da tutti i partiti, tranne la Lega, nel decreto salva-Italia. La suprema Corte ha censurato la scelta di Monti, considerando “illegittimo” l’uso del decreto-legge. «E’ uno strumento destinato a fronteggiare casi straordinari di necessità ed urgenza, e non a realizzare una riforma organica e di sistema» scrivono i giudici costituzionali. Probabilmente sul piano del diritto hanno diverse ragioni, anche se considerando i risparmi possibili e la disastrosa situazione delle finanze pubbliche “l’urgenza” può comprendere anche un taglio strutturale di questa portata, ma il risultato finale è ancora una volta l’impossibilità di modernizzare il Paese e di cambiarlo nei suoi meccanismi più opachi.

Per fronteggiare la decisione della Corte il governo Letta ha già deciso di ricorrere a una legge costituzionale che però ha tempi biblici, compresa la doppia lettura alle Camere, e probabilmente incompatibili con la durata dell’esecutivo. La stessa stangata da parte della Corte Costituzionale è arrivata a proposito delle comunità montane, eliminate già dal governo di Romano Prodi: un’altra cancellazione, stavolta motivata con il fatto che si tratta di enti “costituzionalmente garantiti” che non possono, dunque, essere soppressi attraverso una legge finanziaria come aveva provato a fare l’ex presidente del Consiglio.

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E un aiutino, se non altro per par condicio, non poteva mancare anche alle regioni. Già il governo di Silvio Berlusconi, e poi quello di Monti, avevano deciso di mettere le regioni con le spalle al muro di fronte ai continui default dei loro bilanci, secondo un principio elementare in democrazia: chi sbaglia paga. Da qui lo scioglimento dei consigli delle regioni dissestate, il divieto di candidarsi per i presidenti di amministrazioni regionali fallite per dolo o per colpa grave, l’obbligo di una relazione di fine legislatura sulla situazione finanziaria dell’ente. Tutto cancellato, con una sola sentenza della Corte. E tutto da rifare.

Dalle riforme istituzionali le severe bocciature della Consulta si sono allargate fino ad azzerare le scelte di politica economica, di fisco e di redistribuzione dei redditi. Ancora una volta, in continuità due governi, Berlusconi e Monti, avevano deciso di introdurre un contributo di solidarietà a carico dei pensionati d’oro: il 5 per cento per gli assegni superiori ai 90mila euro l’anno, il 10 per cento per le pensioni sopra i 150mila euro e il 15 per cento per quelle superiori ai 200mila euro. Parliamo di una scelta che riguarda una platea ristretta di 33mila fortunati, a fronte del 31 per cento dei pensionati italiani che incassano un assegno mensile tra i 500 e i 1.000 euro. Un contributo, appunto, per dare un segnale di equità ed anche per redistribuire risorse. La Corte Costituzionale lo ha bocciato appellandosi, a proposito di equità, all’articolo 53 della Costituzione in base al quale ogni cittadino deve pagare in base alla propria capacità contributiva. Perché il contributo ai pensionati e non ai lavoratori dipendenti? si sono chiesti i giudici costituzionali, e tanto per non sbagliare hanno azzerato il provvedimento.

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Adesso il governo ha davanti due strade: la prima è di allargare la platea dei cittadini chiamati a versare il contributo, ma così avrà alzato le tasse e introdotto una mini-patrimoniale; la seconda possibilità è la sospensione della rivalutazione delle pensioni d’oro, una misura molto meno efficace del contributo di solidarietà. Sempre in punta di diritto e sul filo della difesa granitica dell’eguaglianza dei cittadini, i giudici costituzionali hanno mandato all’aria il prelievo, introdotto da Berlusconi e confermato da Monti, per i dirigenti pubblici con stipendi superiori ai 90mila euro l’anno e per gli stessi magistrati. In questo caso la discriminazione sarebbe tra manager del settore pubblico (colpiti) e dirigenti di aziende privati (esentati). Quanto ai magistrati, i giudici della Consulta non hanno avuto dubbi di scivolare in una difesa corporativa della categoria, con sottostante conflitto di interessi, e hanno tirato fuori una motivazione che sarà scolpita nei libri delle facoltà di Legge. Gli stipendi dei giudici, questo è il succo, non si possono toccare perché il loro automatico adeguamento triennale, rappresenta una garanzia di indipendenza della categoria. Sarà, però diventa difficile non pensare alla tutela di un privilegio più che a una protezione dell’equilibrio dei poteri scolpito nella Costituzione.

Se la Consulta colpisce con la carta costituzionale, il Tar ( e poi il Consiglio di Stato) è diventato una sorta di governo-ombra. La sua azione è a tutto campo, non ha limiti né di contenuti né di settori. Contro la politica di Difesa del governo il Tar decide lo stop dei lavori del Muos, il sistema di comunicazione satellitare che abbiamo concordato con gli Stati Uniti e con gli alleati della Nato e che dovevano predisporre a Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Contro le infrastrutture: non esiste un’opera pubblica, termovalorizzatore o linea ferroviaria, che non sia finita tra le sentenze del Tar, e quasi sempre con lo stesso effetto: bloccare l’opera, anche se è solo allo stato di progetto.

Contro la politica scolastica è sempre il Tar che boccia i tagli degli organici decisi dal governo (singolare la motivazione: bisognava consultare le commissioni parlamentari competenti) e si prepara a bocciare l’eliminazione del Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione. Sul fisco, poi, tutti i tribunali regionali sono in azione: per bocciare le aliquote dell’Imu destinate ai comuni, la riclassificazione degli estimi catastali, il riparto dei fondi alle regioni, alle province ed ai comuni. E se il numero chiuso alle facoltà di Medicina è già stato bocciato da alcuni Tar in diverse regioni che hanno poi spedito la pratica alla Corte Costituzionale, perfino sui temi eticamente sensibili il tribunale amministrativo detta legge e sconvolge l’agenda del governo e del parlamento. Per esempio, bocciando la legge sul testamento biologico già approvata da una ramo delle due Camere. Forse a questo punto, considerando la micidiale sequenza di veti parte della magistratura, tanto vale prevedere tra le riforme istituzionali il giudizio preventivo sugli atti del governo e del Parlamento da parte della Corte Costituzionale e del Tar. Almeno così si eviterebbero le sorprese.