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E i prof reggini si ammalano più del triplo degli astigiani

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Gian Antonio Stella

L’ aria dello Stretto fa male ai professori? Non puoi non farti questa domanda davanti ai dati dell’ ultimo rapporto di Tuttoscuola: in media i docenti reggini si ammalano 12,8 giorni l’ anno. Tre volte e mezzo di più dei colleghi astigiani: 3,6. Prova provata che, anche dopo la tremendissima offensiva brunettiana contro i fannulloni, la svolta sull’ assenteismo è ancora lontana. Sono impressionanti, alcuni dei dati contenuti nel dossier del mensile diretto da Giovanni Vinciguerra. A partire, appunto, da quelli sulla salute più o meno cagionevole di chi nella scuola lavora. Dove emerge in modo netto quanto forti siano ancora le differenze fra il Nord e il Sud del Paese. Spiega infatti lo studio di Tuttoscuola, il quale segue a distanza di quattro anni il primo rapporto, che «in tutti i gradi di scuola – vale a dire in quattro universi statistici distinti (docenti di scuola dell’ infanzia, primaria, secondaria di I e II grado) – i docenti che fanno meno assenze per malattia sono sempre quelli del Piemonte (dove peraltro operano molti professori di origine meridionale). Quelli che ne fanno di più – anche qui ripetutamente in tutti i gradi di scuola – sono invece quelli della Calabria, che si assentano dal servizio più del doppio dei colleghi piemontesi. In particolare, i più virtuosi sono i docenti delle scuole superiori della provincia di Asti (3,6 giorni medi all’ anno di assenza per malattia). I meno virtuosi, o appunto i più cagionevoli di salute, cioè quelli che si assentano di più per malattia, sono quelli delle scuole superiori della provincia di Reggio Calabria (12,8 giorni medi all’ anno pro capite)». Quanto al personale Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario) e cioè i bidelli, le segretarie e così via, «la provincia con meno assenteismo è quella di Cuneo (7,5 giorni all’ anno), quella con più assenteismo per motivi di salute quella di Nuoro, che sfiora (in media) i 15 giorni (Reggio Calabria è subito dietro con 14,5 giorni)». Parliamo di giorni lavorativi: «giusto tre settimane all’ anno a letto, che si sommano a ferie (che come si sa per i docenti, complice la chiusura estiva delle scuole, sono particolarmente lunghe), festivi, Santi patroni e nel 2011 anche al centocinquantenario dell’ Unità d’ Italia». Alle scuole materne la situazione non cambia molto: cinque giorni d’ assenza media l’ anno a Piacenza, 16,9, e cioè più del triplo, a Vibo Valentia. Numeri che offendono tutti quei maestri, bidelli, professori che quotidianamente si spendono con generosità per mandare avanti la scuola nonostante le delusioni, gli stipendi ingenerosi, le carenze infrastrutturali, la perdita di peso e di status nella società. Ma offendono soprattutto i maestri, i bidelli, i professori del Mezzogiorno che cercano di arginare con la loro dedizione e la loro professionalità i buchi lasciati dai colleghi furbetti e vengono ingiustamente esposti dalle statistiche al pubblico sconcerto, alla pubblica riprovazione. Non è solo in questa tabella, tuttavia, che la Calabria svetta in cima alle classifiche. Ma anche, per esempio, in quella dei voti più alti dati ai maturandi. Spiega infatti il dossier della rivista, sotto un titolo ironico («quasi geni a Vibo Valentia») che nel Vibonese «si registra alla maturità una delle più alte percentuali di studenti promossi con il massimo dei voti e la più bassa percentuale di studenti promossi con il minimo dei voti». Tanto per capirci: il 33,6% dei diplomati può mettere in bacheca un 100 o addirittura un 100 e lode. Una percentuale molto più alta della media nazionale (23%) ma addirittura tripla rispetto a quella della provincia di Varese. Domanda: è mai possibile che tutti i cervelloni si erano concentrati nel Vibonese e tutti i somari nel Varesotto? Come è possibile prendere sul serio un dato come questo se viene drammaticamente smentito, ad esempio, dai rapporti Pisa (Programme for international student assessment) dell’ Ocse che ogni tre anni valutano la preparazione degli studenti quindicenni di tutto il mondo? E’ una malizia immaginare che a Vibo Valentia i docenti usino un metro di misura diverso da quello usato a Varese? La tendenza, del resto, è uguale a livello di macroaree: i «bravissimi» premiati con il 100 o il 100 e lode sono nel Sud il 25,8%, nel Nord-Ovest il 18,7: quasi un terzo di meno. Sul piano regionale, le differenze sono ancora più marcate: gli studenti che escono con il massimo dei voti dagli istituti superiori calabresi sono il 30,4%. Da quelli lombardi la metà: 16,6%. Uno squilibrio totale che lo stesso rapporto di Tuttoscuola sottolinea: numeri alla mano, c’ è da scommettere che si aprirà «un vivace dibattito sui criteri e sui metodi di valutazione degli studenti». Così come c’ è da scommettere che, accanto al sollievo per il netto miglioramento in molti indicatori delle scuole del Mezzogiorno, le quali negli ultimi quattro anni hanno fatto segnare progressi proporzionalmente superiori a quelli del Nord, altre polemiche potrebbero scoppiare per i dati sulla precarietà. Dove emergono differenze altrettanto abissali. Spiega il rapporto a pagina 86: «La precarietà è di casa al Nord, mentre è molto più attenuata al Sud e nelle Isole». Qualche esempio? Solo 5,6% di docenti precari nella scuola dell’ infanzia statali al Sud e 18,9 nel Nord-Est, solo 3,2 nelle primarie al Sud e 16,2 nel Nord-Ovest, 24,5% tra insegnanti di sostegno al Sud e 56,2 al Nord-Est. E così via… Una tendenza costante: «tra le province hanno fatto registrare una condizione di bassa precarietà Agrigento, Caserta e Lecce, mentre all’ opposto, si trovano in fondo a questa poco invidiabile graduatoria Bologna e Modena. Negli ultimi 15 posti di questa graduatoria complessiva della precarietà si trovano 6 delle 9 province emiliano-romagnole e 5 delle 11 province lombarde». Il dato più preoccupante, tuttavia, è probabilmente quello sull’ abbandono scolastico: «Ancora una volta Sardegna, Sicilia e Campania registrano le più alte punte di dispersione scolastica, perdendo per strada – negli istituti tecnici – circa quattro ragazzi ogni dieci iscritti al primo anno». Eppure il dato che «sembra destinato a fare sensazione», perché inaspettato, «è quello che attribuisce alla provincia di Novara la palma del maggior abbandono scolastico: il 36,3 per cento degli iscritti, alla fine del quinquennio dei licei classici e degli istituti ex magistrali, e il 46,8 per cento alla fine del biennio iniziale degli istituti professionali». Una ecatombe. Soprattutto se i numeri vengono «paragonati con quelli delle province più virtuose: Perugia perde per strada solo l’ 1,6 per cento degli studenti, alla fine del biennio iniziale degli istituti professionali. Alla fine del biennio iniziale degli istituti tecnici a Campobasso si ritirano l’ 1,8% dei ragazzi, a Novara – che ha anche qui il record negativo nazionale – il 30,1%». Agghiacciante. Tanto più in un mondo dove i ragazzi non hanno alternative: o si mettono in concorrenza con gli ingegneri, i manager, i ricercatori stranieri per i posti di un livello più alto oppure con la manovalanza extracomunitaria per i lavori meno pagati. Tertium non datur. Ma possiamo pretendere che sappiano due parole di latino?