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Filiera agroalimentare italiana: lo spreco di un’eccellenza che il mondo ci invidia

Un pezzo strategico dell’economia del nostro Paese, che vale il 13,2 per cento dell'occupazione: ancora troppo poco rispetto alle sue enormi potenzialità

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FILIERA AGROALIMENTARE ITALIANA – È diventata la filiera dello spreco. Di posti di lavoro, di guadagni per le aziende e di vantaggi per i consumatori, di eccellenza italiana che il mondo ci invidia e non valorizziamo. Di ricchezza, di quella ricchezza sana, legata in questo caso alla terra, che servirebbe all’Italia per tornare a crescere. Stiamo parlando della filiera agroalimentare, cioè della produzione e della distribuzione dei prodotti agricoli, che sulla carta è un pezzo strategico dell’economia italiana: vale, infatti, il 13,2 per cento degli occupati e quasi il 14 per cento del prodotto interno lordo se si considera anche l’indotto (il 9 per cento senza). Un valore significativo, dunque, ma parva materia rispetto alle enormi potenzialità dell’agroalimentare made in Italy, di quei prodotti che tutti conosciamo, specie nelle regioni meridionali, dove il lavoro manca in modo particolare e dove i disastri come quello della Terra dei fuochi, con le relative strumentalizzazioni, rischiano di dare il colpo mortale a questa economia e all’intero territorio.

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MADE IN ITALY E SPRECHI – Dunque, lo spreco. L’ho scoperto nei dettagli, e nei numeri certificati da un istituto di ricerca molto autorevole, Nomisma, grazie a un convegno sulla filiera agroalimentare italiana organizzato da Adm, l’associazione della distribuzione moderna, presieduta da Francesco Pugliese, direttore generale di Conad. Temevo di annoiarmi di fronte ai soliti numeri, e invece ho capito il gigantesco buco nero del settore e quanti sprechi riusciamo a sommare rispetto alle possibilità che abbiamo di crescere. Tutti, e non i soliti noti. Primo spreco: a fronte di una struttura produttiva troppo frammentata, noi italiani, i titolari del marchio riconosciuto nel mondo come food made in Italy, siamo così autolesionisti da essere dipendenti dall’estero, dunque importatori, di carni bovine e suine, latte, cereali e perfino del grano con il quale facciamo la migliore pasta del mondo. Solo un quarto della soia, fonte di ricchezza e alla base di tanti prodotti oggi tra i più venduti nell’alimentazione, è made in Italy, il resto la compriamo sui mercati esteri.

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Secondo spreco: grazie a un Paese immobile, le aziende dell’agroalimentare hanno un costo dei trasporti superiore del 30 per cento rispetto ai diretti concorrenti spagnoli e del 20 per cento nei confronti dei francesi mentre pagano l’energia elettrica il 70 per cento in più, avete capito bene: il 70 per cento, della media europea. Così la partita della concorrenza è persa in partenza. Terzo spreco: a fronte di una tassazione altissima e di oneri finanziari insostenibili, che si sommano in termini di costi ai trasporti e all’energia elettrica, il settore produce margini molto bassi. Secondo i calcoli di Nomisma per ogni 100 euro pagati da un consumatore per la spesa, il 97 per cento serve a ricoprire i costi, mentre appena il 3 per cento diventa utile per i vari soggetti della filiera. Con l’agroalimentare si guadagna poco, e non si possono abbassare più di tanto i prezzi al consumo salvo finire in perdita. All’incontro di Adm era presente anche il ministro Maurizio Martina, che ha detto: «Nell’agroalimentare ci dobbiamo porre il problema di come l’Italia fa l’Italia….». Non è una domanda criptica o banale, e la risposta arriva dai numeri di Nomisma: malissimo, signor Ministro. E speriamo che il suo governo segni un cambio di passo nel rilancio di un settore che non è solo il passato, ma il futuro dell’Italia.

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