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Una donna che valeva mille uomini: la vera storia di Tina Anselmi che meritava di andare al Quirinale. E invece…

Quanto siamo ipocriti con le donne, anche quando scompaiono: adesso che è morta, la Anselmi è ricordata come una madre della Nazione. Ma da viva, le hanno fatto sempre la guerra, perfino fingendo di candidarla alla Presidenza della Repubblica.

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TINA ANSELMI MINISTRO REPUBBLICA ITALIANA –

“Qui ci manca una donna…”: per circa trent’anni, ai vertici della Democrazia cristiana le famosi riunioni da “caminetto”, quelle decisive per compilare la lista dei ministri del nuovo governo, sono terminate con questa sorta di presa d’atto. Tra i nomi manca una donna, e pazienza: andrà meglio la prossima volta. È andata avanti così fino all’estate del 1976, quando Aldo Moro e Benigno Zaccagnini, rispettivamente presidente e segretario della Dc, al momento di chiudere le trattative per la formazione di uno dei tanti governi Andreotti (per la precisione il terzo della serie) puntarono i piedi e chiesero di blindare nella lista dei ministri il nome di Tina Anselmi, scomparsa ieri nella sua casa di Castelfranco Veneto all’età di 89 anni. Con un dicastero di peso e non di rappresentanza, aggiunse Moro, che indicò il Lavoro, allora abbinato alla Previdenza sociale, dove la Anselmi fu piazzata tra mille mugugni e con l’approvazione del Pci che in quel momento sosteneva di fatto il governo Andreotti con la formula della “non sfiducia”. Ma la rottura di un’antica e becera prassi del galateo politico, avvenne anche con la consapevolezza di realizzare, con questa scelta, un evento storico per il Paese, un’autentica svolta nella chimica del potere, dei pesi e dei contrappesi che regolano una democrazia: la presenza di una donna, in un club rigorosamente riservato ai maschi, all’interno di un governo. Trent’anni dopo l’approvazione della legge che dava, in Italia, il voto anche alle donne (1946) ed a più di un secolo di distanza dall’Unità d’Italia (1861).

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CHI ERA TINA ANSELMI –

Eppure ridurre la biografia di Tina Anselmi a questo pure epocale cambiamento nella prassi del “manuale Cencelli” (il codice con il quale si distribuiva il potere nell’universo democristiano), significa trasformare una donna-leader, di straordinaria potenza politica, ispiratrice di un autentico riformismo del fare e della politica intesa, alla De Gasperi, come “arte del possibile”, in una sorta di caricatura del suo personaggio. Certo: “la Tina”, come veniva chiamata con affetto e con rispetto nel partito e in Parlamento, da ministro al femminile, come primo atto fu costretta a chiedere un bagno per le donne a palazzo Chigi, dove non era neanche previsto, per evitare di essere accompagnata da un commesso al momento di andare alla toilette durante una riunione del governo. Ma dopo, sotto la sua spinta al Lavoro e in seguito (quarto e quinto governo Andreotti) alla Sanità, arrivarono riforme vere, come la nuova architettura del sistema previdenziale, il Servizio sanitario nazionale, la legge sulle Pari opportunità, dove la Tina non riuscì a ottenere le quote di genere sulle quali tanto si era battuta.

TINA ANSELMI MINISTRO –

La Anselmi, a guardarla bene, da vicino, merita un posto nel Pantheon della Repubblica, dove sarebbe giusto inserirla tra i padri, e le madri della Nazione. Figlia di un aiuto farmacista di simpatie socialiste e di una donna che gestiva un’osteria nel cuore del Veneto cattolicissimo, la Tina incrocia la Resistenza il 26 settembre del 1944, in giorno in cui, con altri studenti di un liceo magistrale, è costretta dai nazifascisti ad assistere all’impiccagione di 31 prigionieri per rappresaglia. Da quel momento diventa Gabriella, il nome di battaglia con il quale fa la staffetta della brigata Cesare Battisti comandata da Gino Sartor, e si iscrive, da cattolica riformista, alla Democrazia cristiana. Neanche il tempo di laurearsi alla Cattolica di Milano, il serbatoio di una modernissima classe dirigente di impronta guelfa, che farà la storia dell’Italia repubblicana, da Amintore Fanfani a Romano Prodi, da Ciriaco De Mita a Giovanni Bazoli, solo per fare qualche nome, e la Tina si getta nella mischia attraverso la porta del sindacato. Laddove per i cattolici esisteva la regola “due militanze, una fedeltà”, per rappresentare, in un’unica carta di identità, l’appartenenza alla Dc e alla Cisl. Nel sindacato, già da leader e non più da staffettista partigiana, la Anselmi, si batte, con successo, per il riconoscimento dei diritti delle lavoratrici tessili (lei conosceva molto bene le “filandere” venete) e delle insegnanti (Tina intanto è diventata maestra di scuola elementare). Abbinando competenza a passione civile, pragmatismo e ideali, ambizione a stile, Tina Anselmi riesce, per quasi trent’anni, dal 1968 al 1992, a stare in Parlamento, nel governo, nelle istituzioni, da protagonista. Laddove, bandierina femminile al ministero a parte, l’Italia era e resta una nazione profondamente maschilista.

TINA ANSELMI PRIMO MINISTRO DONNA –

E chi meglio di una donna può evitare che la politica tracimi in una lotta sterile e autodistruttiva? Con questo argomento, non certo infondato, Nilde Jotti, allora presidente della Camera, e Amintore Fanfani, alla guida del Senato, nel 1981 piazzano la Anselmi alla presidenza della commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2. Anche qui si rompe il muro della discriminazione sessuale: è la prima volta che una donna viene chiamata a guidare una commissione di inchiesta. Ma, fatto ben più importante, il nome della Anselmi, sulla cui reputazione in termini di onestà e di rigore nessuno può aprire bocca, è quello giusto per una Democrazia cristiana che in pochi anni si ritrova a rischio sgretolamento, dopo alcuni grandi scandali di corruzione (quando proprio Moro fu costretto a dire in Parlamento: “Non ci faremo processare in quest’aula”), l’uccisione dello stesso Moro, gli attacchi dei brigatisti e l’esplosione di una bomba politica, intitolata appunto “Loggia massonica P2”, guidata dal presunto golpista Licio Gelli, con fior di democristiani al suo interno. Il lavoro della Anselmi e dei 40 colleghi deputati e senatori doveva durare sei mesi, in realtà andò avanti a colpi di continue scosse telluriche, per quattro anni, fino al 1985. E mentre il reale peso dei piduisti, in termini di cospiratori, è ancora oggetto di controversie ormai tra storici più che tra politici, l’Italia si avvicina, in un clima di crescente impotenza e discredito della politica, al crack della Prima Repubblica, implosa dopo le elezioni del 1992. L’anno in cui la Tina di Castelfranco Veneto, di quel Veneto che da bianco guelfo si sta intanto trasformando in verde leghista, non viene neanche rieletta.

In un Paese normale, la Anselmi, con questa biografia alle spalle e in questo contesto politico, sarebbe diventata Presidente della Repubblica, carica alla quale lei, senza eccessivi affanni da riconcorsa del potere ma con trasparenza femminile, teneva molto. Il suo nome è circolato in occasione di più di un’elezione, in un caso sostenuto e bruciato di fatto dal movimento della Rete, ma non è mai stato davvero in campo. Nessuno ha provato o ha voluto provare a intestarsi una battaglia politica per la Anselmi al Quirinale, e con una forma di risarcimento all’italiana, alla Tina è stato concesso un onore che, da vivi, hanno avuto solo i papi. Un francobollo commemorativo della sua storia di prima donna ministro della Repubblica, emesso il 2 giugno scorso, a distanza di trent’anni dall’evento. Lo spazio, passivo, in un francobollo non vale certo sette anni, attivi, al Quirinale, ma consoliamoci pensando che almeno è qualcosa, visto che in Italia, oltre e prima della Politica (questa volta ci vuole P maiuscola), si è persa la memoria.

(Fonte immagine di copertina: Getty Images)

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