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Tagli della spesa pubblica: ma perché tutti i governi li promettono e nessuno li fa?

Anche Renzi aveva annunciato 10 miliardi di sforbiciate agli sprechi, ma nella sua finanziaria non si vedono. Intanto da dieci anni si alternano commissari che scrivono i piani e poi se ne vanno perché non si applicano.

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Anche questa volta la spending review è finita in soffitta. Matteo Renzi, che pure aveva promesso 10 miliardi di euro di tagli, mirati, alla spesa pubblica, si è fermato ad alcune sforbiciate virtuali, generiche e innanzitutto orizzontali. I 2 miliardi e 200 milioni di euro sottratti alla Sanità, e scaricati  sui conti delle regioni, sono stanziamenti non concessi, e non riduzioni di sprechi con operazioni chirurgiche, senza cioè tagliare i servizi. I 2 miliardi e 500 milioni, tra risparmi per la scrematura delle centrali di acquisto e per voci non dettagliate, sono soltanto un’ipotesi di scuola e nulla di più. Sono soldi veri, invece, 1 miliardo e 500 milioni sottratti, con un tratto di penna orizzontale, a tutti i ministeri, evitando una pulizia mirata della spesa. D’altra parte il destino della spending review, da quasi dieci anni, è proprio questo: tutti i governi la annunciano, nessuno la realizza. In mezzo, tra il dire e il fare, il lavoro puntualmente cestinato di commissari ad hoc, nominati come i salvatori  della Patria e dimissionati  come i nemici del primato della politica e in particolare di un governo e dei partiti che, quando si tratta di soldi da dare o da togliere, vogliono le mani libere.

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I commissari sfiduciati. Il primo capo del governo a provare a tradurre un’analisi circostanziata della spesa pubblica con relativi interventi e tagli, fu Romano Prodi, spalleggiato dal suo ministro dell’Economia, il rigoroso Tommaso Padoa Schioppa. Nacque così la Comissione tecnica per la spesa pubblica, guidata da Gilberto Muraro, professore di Scienze delle Finanze, che elaborò la bellezza di 169 programmi di tagli con 39 obiettivi. Tutto materiale finito negli archivi cartacei di Palazzo Chigi. Cinque anni dopo Prodi, è un altro professore, Mario Monti, a promettere l’uso della scure sulla spesa pubblica con il supporto di un manager di ferro, Enrico Bondi, e di un ministro, Piero Giada, che aveva già fatto il consulente al Tesoro, negli anni Ottanta, proprio su questa materia. Bondi, l’uomo che aveva messo ordine nel caos contabile e gestionale di gruppi come Ferruzzi e Parmalat, fu così presentato da Monti: “E’ la persona più rispettata in Italia per la sua inflessibile attività di tagliatore di costi”. La certosina spending review di Bondi e Giarda prevedeva 13 miliardi di euro di risparmi, ma il premio per tanto lavoro fu che il primo andò a organizzare le liste di Monti per la discesa in campo di Scelta Civica alle elezioni politiche, e il secondo si ritirò nel rifugio dorato di presidente del Comitato di sorveglianza della Banca Popolare di Milano. Entrambi sono scomparsi dai radar della politica. Né è andata meglio ai successori: Carlo Cottarelli, chiamato a fare il commissario della spending review da Enrico Letta e confermato da Renzi, è tornato suo lavoro al Fondo monetario internazionale (“Mentre io cercavo di tagliare, gli altri approvavano misure per aumentare le spese” è stato il suo sfogo al vetriolo prima di lasciare Roma); Roberto Perotti, voluto da Renzi, è rientrato alla Bocconi in sdegnato silenzio, cosa che non può fare il suo compagno di lavoro, Yoram Gutgeld, fedelissimo del premier.

I dossier aperti e chiusi. Al primo posto di questa enciclopedia di un’araba fenice chiamata spending review compare sicuramente la Sanità. Togliere soldi alle regioni, a questo punto, non potrà che portare a una riduzione generalizzata delle prestazioni, specie dove le amministrazioni sono più fragili, come nel Sud. Invece nei piani dei vari commissari si parlava di interventi mirati sulla spesa per gli acquisti di prestazioni specialistiche e ospedaliere, di beni e servizi e di farmaci. In tutto, un bacino di costi pari a 60 miliardi di euro, la metà dell’intero budget destinato ala Sanità. E, sempre nei rapporti redati dai tecnici di turno, si ribadiva la necessità di chiudere ospedali troppo piccoli, inefficienti e pericolosi per la mancanza degli standard internazionali di sicurezza: la lista, con 132 nomi, è stata preparata dall’ex ministro Renato Balduzzi ed è rimasta chiusa nei cassetti del ministero. Come la spending review in questo settore.

Partecipate e comuni. E’ un altro pozzo nero della spesa pubblica italiana (avete presente gli scandali del carrozzone dell’Atac a Roma?) ed è un altro capitolo di risparmi al momento archiviati: era stato Renzi, in linea con le proposte dei vari commissari, a parlare di una riduzione delle partecipate da 8.000 a non più di un migliaio. E Bondi e Giarda si erano perfino spinti a proporre di procedere a un graduale ma sistemico accorpamento di circa 5mila comuni, troppo piccoli per consentire economie di scala. La verità è che parlare di sfoltimento della giungla delle ex municipalizzate e di riduzione dei comuni, a pochi mesi di un voto amministrativo che, coinvolgendo insieme tre grandi città (Roma, Milano e Napoli), sarà un vero test nazionale, è davvero una missione impossibile. Meglio sospendere la pratica, in attesa di tempi migliori.

La questioni degli stipendi ai vertici della pubblica amministrazione. Renzi, pochi mesi dopo la sua nomina, scelse una soluzione urbi et orbi: tetto massimo per tutti a 240mila euro. Taglio orizzontale, appunto, che riguardando solo le figure apicali dell’amministrazione, dei ministeri e delle società statali non quotate, non incide in modo significativo sulla spesa pubblica. Al contrario della selva di dirigenti, un vero esercito nel caso della Difesa, che secondo i rapporti dei commissari, incassano stipendi medi attorno ai 160mila euro, lievitati grazie a premi di un’inesistente produttività. Qui bisognerebbe applicare, sempre con le forbici e non con l’accetta, la spending review.

Tagli minori ma sempre significativi. Prima di gettare la spugna, forse per non essere accusato di abbandonare la nave per mancanza di proposte, Cottarelli ha pubblicato un libro (La lista della spesa, edizioni Feltrinelli) che potrebbe diventare il manuale della spending review, senza andare più a caccia di commissari da licenziare. Dentro si trovano particolari curiosi e di grande interesse per il loro significato. Le auto blu sono diminuite, vero, dopo che Renzi, con un’operazione di puro marketing politico, ne ha messe alcune all’asta su Internet. Ma dovevano diventare in tutto 96 e sono ancora 500 con ministeri, come gli Interni e la Difesa, che fanno perfino orecchie da mercanti sul censimento delle vetture di servizio a loro disposizione. E con un piccolo giallo: Cottarelli aveva ottenuto che il limite massimo di cinque auto blu riguardasse solo le grandi amministrazioni, per le piccole invece si prevedeva il totale azzeramento. Bene: la regola, nel passaggio di carte con il provvedimento da un ufficio al-altro, è stata sbianchettata. Scomparsa. Dispersa nel buio di una chimera chiamata spending review, una definizione entrata nell’enciclopedia Treccani, visto il numero di volte che è stata annunciata da governi e Parlamento, ma uscita da quelle stanze del potere che in Italia riesce a difendere con i denti il suo spazio. E il suo portafoglio.

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