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Gli sprechi nella Sanità: ecco dove è possibile tagliare

Troppa gente negli ospedali e nei Pronto soccorso, anche quando non serve. Esami inutili: 13 miliardi di euro gettati al vento. Il 40 per cento dei pasti dei degenti finiscono nella spazzatura. E quasi la metà delle medicine risultano scadute.

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SPRECHI SANITÀ ITALIANA –

L’intenzione è buona, anzi ottima: tagliare gli sprechi nella Sanità, senza ridurre la qualità dei servizi e delle prestazioni. Un’operazione spesso annunciata ma mai realizzata perché un conto è ridurre la spesa in senso orizzontale, un tanto per ogni voce, altra cosa invece è intervenire nei singoli capitoli di spesa. Colpendo così specifici interessi, blocchi di potere politico e sindacale, zone grigie dei rubinetti in mano allo Stato e alle regioni. Eppure questa sarebbe la vera spending review in un settore dove le aree nelle quali è possibile intervenire con la forbice sono ormai ben individuate.

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Il costo della Sanità pubblica. La spesa sanitaria in Italia è pari a 120 miliardi di euro, cioè il 7 per cento del pil. Siamo in media con gli altri paesi europei, grazie a una serie di interventi che però finora sono stati di tipo orizzontale, imponendo alle regioni tagli generalizzati. Di questa somma, 43 miliardi sono destinati agli stipendi, 24 agli acquisti di prestazioni specialistiche e ospedaliere di cliniche e medici privati, 19 a beni e servizi, 17 ai farmaci e 5 miliardi di euro si riferiscono infine a spese varie, compresi gli oneri finanziari. In generale possiamo dire che la spesa non è esagerata, ma gli sprechi sono ancora enormi e innanzitutto sono troppo grandi le distanze nella qualità dei servizi tra le diverse regioni e tra un ospedale e un altro.

Troppo spesso in ospedale. La prima anomalia, fonte di sprechi, è la corsa degli italiani, specie al Sud, verso gli ospedali e gli alti tassi di degenza.  Solo un dato: il tasso di ospedalizzazione in Campania è più alto del 56 per cento rispetto al Friuli Venezia Giulia. Siamo in presenza di cittadini in condizioni di salute più precarie? No, semplicemente ci si ricovera anche quando non serve, come l’abitudine estiva di parcheggiare qualche nonno in corsia per andare in vacanza. Se si riuscisse a portare per i soli interventi di tonsillectomia il tempo di degenza al livello medio delle migliori regioni, si risparmierebbero 34.000 giornate di ricoveri, pari a 20 milioni di euro. Ancora più paradossale la situazione dei Pronto soccorso, alle cui porte nel 2014 hanno bussato 24 milioni di cittadini, uno ogni cinque minuti nei grandi ospedali. Un calvario, specie per i medici di frontiera, che potrebbe essere alleggerito, con enormi risparmi, se fosse applicata la riforma dell’ex ministro Renato Balduzzi: ovvero gli ambulatori dei medici di famiglia, primo filtro del sistema sanitario, aperti 24 ore su 24.

Ospedali da chiudere.  Stiamo pagando ancora il conto, in termini di spesa sanitaria, di un antico vizio dell’Italia sprecona: quello di aprire ospedali dappertutto. A Vico del Gargano, in provincia di Foggia, la struttura è stata inaugurata 11 volte. A Gerace, in Calabria, l’ospedale costato 10 miliardi delle vecchie lire è diventato n un rifugio per le pecore. A San Bartolomeo in Galdo, in provincia di Benevento, da mezzo secolo si pagano medici e infermieri in organico, ma l’ospedale altro non è che un ambulatorio e un centro di pronto soccorso.  Anche qui la medicina per tagliare esiste: è un elenco di 132 ospedali, stilato sempre da Balduzzi, da chiudere perché non hanno i requisiti standard di sicurezza, dunque sono pericolosi, e non rispettano i parametri internazionali di posti letto per numeri di abitanti. Il ministro Beatrice Lorenzin avrà mai il coraggio e la forza di tirare fuori dai cassetti questa lista?  Chiudere un ospedale inutile e pericoloso non significa solo risparmiare, ma anche migliorare l’assistenza sul territorio, perché, senza licenziare nessuno, si tratta di trasformarlo in un ambulatorio di prima istanza. Utile anche per diminuire i ricoveri.

Centri di spesa e costi standard. La proliferazione dei Centri di spesa per appalti e forniture nei vari settori, 34.000 in Italia, è fonte di corruzione, sprechi e scarsa efficienza. Bisognerebbe avere il coraggio di ridurli, nel caso della Sanità a 20 postazioni, una per ogni regione. Punto. Stesso discorso per i costi standard: non esiste un motivo che giustifichi il costo di una stessa tac, con 24 slide, di 1.554 euro in Campania, 1.397 euro nel Lazio e 1.027 euro in Emilia Romagna. E così per le siringhe, per il materiale per le medicazioni e per qualsiasi fornitura ospedaliera. In Gran Bretagna è stato preparato un elenco di 10.000 beni e servizi che possono essere acquistati entro una forchetta di prezzo da tutti gli ospedali. E pratiche virtuose esistono anche in Italia: di fronte a una siringa, che nello stesso territorio poteva costare da 0,50 centesimi a 2 euro, il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, ha introdotto il meccanismo dei costi standard per 100 prodotti ospedalieri. Sapete quanto conta di risparmiare entro al fine del 2015? Un miliardo di euro.

Livelli di assistenza e farmaci. L’alto tasso di ospedalizzazione e lo spreco di risorse ha come effetto collaterale anche una Sanità che in alcuni casi diventa da terzo mondo. Due anni di attesa per un intervento di ernia del disco, 14 mesi per una mammografia, nove mesi per una risonanza magnetica, sei mesi per un controllo oncologico: sono numeri che negano a milioni di italiani il diritto alla salute. Allo stesso tempo, non si capisce perché i parti cesari sono, nella media nazionale, pari al 20 per cento dei casi, mentre in alcune regioni, come la Campania, si arriva al 50 per cento. Qui per fare ordine bisogna allineare i livelli di assistenza, specie tra Nord e Sud, e penalizzare chi non li rispetta. Resta altissimo anche lo spreco di farmaci (il 40 per cento di quelli che abbiamo in casa sono scaduti), di esami  inutili (13 miliardi di euro, secondo il ministero), di pasti ai degenti che finiscono nella spazzatura (il 40 per cento). Tutti tagli possibili e opportuni.

Effetto ticket. I ticket sui farmaci, attualmente, valgono il 5 per cento del costo medio dei prodotti, mentre la media europea è al 20 per cento. Quindi il nostro welfare sanitario è molto generoso. Inoltre abbiamo un 60 per cento di cittadini considerati completamente esenti, rispetto a un 40 per cento che invece paga per tutti: è una proporzione che non quadra. Il ticket serve a ridurre gli eccessi, anche negli ospedali. In Piemonte è bastato introdurre un ticket di 25 euro per le richieste di Pronto soccorso classificate come codice bianco (ovvero senza alcuna urgenza) per tagliare le richieste del 20 per cento. È veramente impossibile fare qualcosa del genere nelle altre regioni italiane?

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