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Il tempo che sprechiamo per pagare le tasse. E per la burocrazia.

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La valanga di scadenze fiscali e previdenziali che ci aspetta da qui alla fine dell’anno rappresenta un grande spreco di tempo e un significativo costo per i cittadini, le imprese e il sistema Paese. Partiamo dal tempo. Ciascun italiano impegna 334 ore l’anno, quasi un’ora al giorno, per adempiere agli obblighi fiscali e contributivi. E’ una cifra record rispetto ai dati degli altri paesi europei: 110 ore in Gran Bretagna, 132 in Francia, 196 in Germania e 213 in Spagna. Lo scarto incide in modo pesante su quella competitività delle imprese della quale tanto si parla nei convegni e nelle tavole rotonde senza mai riuscire a sbloccarla. Il risultato è che il costo della burocrazia vale il 24 per cento delle uscite delle piccole e medie aziende, secondo i calcoli del Censis, e circa il 4,5 per cento del Pil nazionale. Un vero fardello. Al quale non si sottrae alcune settore produttivo, se si pensa, per esempio, che anche in agricoltura la burocrazia costa 2 miliardi di euro l’anno e le aziende vitini cole devono attraversare le montagne russe dei controlli di 21 enti, con tanto di timbri, firme e permessi.

I tempi della burocrazia ci affliggono ovunque, quasi ci perseguitano. Quando finiamo in un ospedale dobbiamo sapere che per un controllo cardiologico completo dobbiamo aspettare un anno,  e se ci tocca affrontare un giudizio civile non ci resta che il segno della croce: l’Italia è al 156esimo posto nella classifica mondiale per i tempi della giustizia civile, e pochi giorni fa abbiamo saputo che solo nel tribunale di Palermo sono pendenti 132mila cause.

Il ministro Renato Brunetta, con uno dei primi provvedimenti approvati in Consiglio dei ministri, ha tentato di dare una scossa a questo sistema che accumula costi, sprechi e inefficienze. Così ha previsto, per legge, che tutte le amministrazioni pubbliche dovessero predisporre un regolamento con l’applicazione dei tempi di conclusione delle pratiche inferiori a 90 giorni. Ma la burocrazia, e il suo esercito di capi, capetti e manovalanza, è come un muro di gomma, e la battaglia del ministro sembra proprio quella contro i mulini a veto. Ad oggi, infatti, soltanto otto, benemerite amministrazioni pubbliche hanno applicato le norme del governo: ministero della Difesa, agenzia per le erogazioni in agricoltura, agenzia per le dogane, ministero della Funzione pubblica, presidenza del Consiglio, Enac, garante per la comunicazione, agenzia italiana del farmaco.  E gli altri? Silenzio assoluto. In teoria, secondo la legge Brunetta, chi non ha scritto i regolamenti automaticamente dispone di un tempo più stretto per chiudere la pratica, trenta giorni. Intanto però uno stuolo di giuristi è all’opera perché un regolamento, anche se implicito, non può scavalcare quanto stabilito da una legge: e dunque in questo vuoto cittadini e imprese non hanno più strumenti per difendersi. E il pachiderma della burocrazia italiana continua a vincere la sua sfida contro la modernizzazione.