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Beni confiscati alla mafia: serve pulizia in una gestione troppo opaca

Non basta sospendere un giudice sotto inchiesta per corruzione. L’intero sistema è marcio, con incarichi assegnati a peso d’oro e consulenze inutili. Un solo professionista a Napoli ha ricevuto 40 imprese sequestrate da amministrare.

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GESTIONE DEI BENI CONFISCATI ALLE MAFIE –

Il Consiglio superiore della magistratura ha deciso di sospendere dalle funzioni e dallo stipendio Silvana Saguto, ex presidente delle Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, accusata, con quattro colleghi, di corruzione nella gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata. Una decisione inevitabile, considerando la gravità delle contestazioni e le prove finora raccolte dalla Procura di Caltanissetta, e accompagnata da un giudizio molto netto sulla portata devastante di questa inchiesta che, secondo il Csm, getta discredito sull’intera categoria dei magistrati impegnati contro la mafia. E qui il Cms, pur mostrando apparentemente il volto severo di un organismo che non fa sconti di fronte alla legge, rischia di distorcere la realtà fino a rappresentarla in modo riduttivo. Non è infatti il tradimento al suo mandato di un singolo magistrato a indebolire le ragioni della battaglia contro i clan: il vero colpo arriva da un intero sistema, opaco e non credibile, di gestione dei beni confiscati alla mafia. Un sistema che il Consiglio superiore della magistratura si è guardato bene, finora, di censurare e di modificare, pur avendone tutti gli strumenti e la necessaria competenza. Non a caso il suo intervento arriva a posteriori, ovvero dopo l’esplosione dello scandalo Sagunto.

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BENI SEQUESTRATI ALLE MAFIE: CORRUZIONE –

In tutti i tribunali dove esiste l’industria dell’affidamento ad amministratori giudiziari di aziende, immobili, società di servizi, controllate dalla malavita organizzata, si è creata una gestione arbitraria quanto inefficiente di questo patrimonio. Incarichi assegnati, a peso d’oro, ai soliti noti; un circolo vizioso di consulenze e pareri, spesso inutili, con relative parcelle; una contiguità tra magistrati e professionisti da mercato delle vacche. Soltanto nella città di Napoli, per fare un esempio, si contano 200 imprese sequestrate ai clan della camorra, delle quali senza alcuna procedura trasparente, senza alcun bando pubblico e senza controllo sui costi, ben 40 sono state affidate alla stessa persona. Dov’era il Csm quando, negli anni, si è gonfiato questo scandalo che, molto più di un magistrato accusato di corruzione, scoraggia le forze dell’ordine impegnate tutti i giorni a contrastare i clan colpendoli sul lato più sensibile, le loro attività economiche? Nessuno ha mai informato l’organo di autogoverno della magistratura delle tante anomalie? A Palazzo dei Marescialli non hanno mai sentito le denunce in materia fatte dal collega Raffaele Cantone? E le stesse domande andrebbero poste alla Commissione parlamentare antimafia, prontissima ad alzare la voce sulla pulizia morale, anche a proposito dei presunti candidati “impresentabili” alle elezioni, e poi silenziosissima di fronte allo sfregio quotidiano della legge e della morale con l’uso familistico dei patrimoni sequestrati a mafiosi e camorristi.

PER SAPERNE DI PIÚ: Mafie, i beni confiscati in Italia sono 13mila. Ma il rischio vero è la burocrazia

RESPONSABILITÀ POLITICHE –

E nessuno, in questa vicenda, può barricarsi dietro le solite responsabilità della politica, che pure non mancano. Il presidente del Tribunale di Palermo, Salvatore Di Vitale, ha appena dimostrato come si possa fare pulizia e ordine nelle Misure di prevenzione senza attendere la solita legge che il Parlamento discute e non approva mai. Di Vitale, nell’esercizio delle sue funzioni e senza chiedere il permesso al Csm, una volta scoppiato il caso Saguto, ha fatto tre cose semplici ed efficacissime. Prima mossa: un albo degli amministratori giudiziari, aperto a tutti i professionisti interessati ( da anni se ne parla, appunto, in Parlamento, ma le norme ancora non ci sono). In pochi giorni al Tribunale di Palermo sono arrivate 400 candidature che, nel programma di Di Vitale, dovranno andare in rete, con tutto il nuovo albo, in modo da essere consultabili da qualsiasi cittadino. Seconda mossa: un decalogo in base al quale i commissari incaricati non potranno avere rapporti né amicali né tantomeno di parentela con i magistrati. Inoltre i beni più complessi, pensiamo ad aziende manifatturiere con centinaia di dipendenti, potranno essere gestiti solo da professionisti con un adeguato curriculum e con un’esperienza nel settore. Gli altri beni, invece, saranno affidati agli iscritti all’albo con il criterio della rotazione. Terza mossa: ciascun commissario non potrà ricevere più di una, e una sola, gestione patrimoniale. Noi immaginiamo che qualcuno al Csm abbia letto le misure introdotte in questi giorni dal presidente Di Vitale, e ci aspettiamo che adesso sia l’organo di autogoverno dei magistrati a prendere una decisione per applicarle in tutti i tribunali dove esiste la sezione di Misure di prevenzione. Sarebbe un bel segnale, per chiunque combatte sul fronte della lotta alla criminalità e magari rischia la pelle per un sequestro di beni che poi finisce in una truffa.

PER APPROFONDIRE: Giustizia e sprechi, le parcelle d’oro degli amministratori giudiziari dei beni dei boss