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Novità scuola: quando si riuscirà a pagare meglio i professori più bravi?

La finta rivoluzione rivoluzione del governo Renzi: il merito sarà riconosciuto solo quando servirà a fare carriera. Se sei bravo, vai avanti nei ruoli e nei guadagni. Vale per tutte le professioni: perché la scuola dovrebbe essere un’eccezione a questa elementare regola?

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NOVITA’ SCUOLA – Quale cambiamento nella scuola, e in generale nella formazione, ha in mente il governo Renzi? In attesa del consiglio dei ministri del prossimo 29 agosto, quando saranno varate le linee-guida della riforma, disponiamo già delle indiscrezioni sui suoi punti essenziali. E in generale l’impianto predisposto dal ministro Stefania Giannini si presenta con diverse novità interessanti. Per esempio: un significativo turn over per sostituire 4 insegnanti su 10 e la chiusura della fabbrica dei supplenti precari, la formazione permanente e obbligatoria dei docenti, una spinta al circuito scuola-lavoro e un rilancio degli istituti professionali, la detassazione per le scuole private per favorire la concorrenza. Sono scelte giuste, perfino ovvie, come il ripristino di materie come la storia dell’arte e la musica che una sottocultura demagogica dell’istruzione avevano cancellato dal percorso formativo dei giovani italiani.

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CAMBIAMENTI SCUOLA 2014 – Il vero punto che ancora non si vede nel piano Giannini-Renzi, se non attraverso le solite generiche dichiarazioni d’intenti, riguarda l’affermazione del merito che la scuola italiana da anni, troppi anni, non riconosce più. E qui dobbiamo intenderci e non giocare sugli equivoci. Il merito tornerà ad essere centrale soltanto quando diventerà decisivo per costruire le carriere dei docenti (oggi ancorate esclusivamente all’anzianità) come avviene in tutte le professioni. Se sei bravo, vai avanti nella carriera e nei guadagni. Perché la scuola dovrebbe essere un’eccezione a questa elementare regola?

Perché un insegnante che non ha capacità, non mostra né passione né qualità nell’insegnamento, deve avere gli stessi gradi e la stessa busta paga di un collega brillante e competente?

Questa falsa uguaglianza, al servizio esclusivo del potere corporativo dei sindacati, ha colpito al cuore la nostra scuola, e da qui bisogna partire se si vuole sul serio rimettere il merito al centro del campo. In secondo luogo il governo dovrà chiarire, una volta per tutte, chi e come valuta il merito dei docenti. E stiamo attenti ad affidarci ai soliti misuratori di professione, anche loro sotto la sfera d’influenza del sindacato, bravissimi a stilare tabelle e statistiche, ma inutili quando si tratta di capire chi è bravo nel suo lavoro. La valutazione del merito spetta a chi conosce il professore, a chi segue la sua attività giorno per giorno, ai superiori gerarchici, ai presidi, a chi insomma ha la responsabilità di governare una scuola nel nome di quella autonomia che tanta strada ha fatto nel nostro sistema. D’altra parte, restando all’esempio di altri ambiti di lavoro, potete immaginare un giornalista che fa carriera in una testata o un funzionario di un’azienda che diventa dirigente grazie alla valutazione di un esaminatore esterno? Sarebbe una barzelletta. Come non bisogna confondere il merito, cioè la qualità di un lavoro, con la sua quantità: se un docente accetta di fare lezioni oltre l’orario ordinario, per esempio nel pomeriggio, è giusto che abbia un riconoscimento in busta paga, ma la sua disponibilità non rappresenta certo un certificato o una polizza sulla sua professionalità.

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CAMBIAMENTI SCUOLA ITALIANA – Infine, a proposito di merito e di cambiamenti ancora nebulosi nelle intenzioni del governo, segnaliamo due temi importanti sui quali si misurerà la reale portata innovativa delle proposte del tandem Giannini-Renzi. Per il momento di parla delle necessità di “ammodernare” l’esame di maturità. E’ un verbo vago e quindi insignificante: in realtà l’attuale prova di maturità, affidata ad esaminatori esterni, è un esempio di valutazione, questa volta degli studenti, meccanica e burocratica. Il contrario di quello che fa una buona scuola. Con l’effetto paradossale che si stanno svuotando le scuole più severe a vantaggio di quelle dove è più facile avere voti più alti all’esame di maturità. Abbiamo costruito così una scuola che seleziona all’incontrario, incentivando un percorso verso il basso in termini di merito e di risultato. Il secondo tema è l’eliminazione del test d’ingresso alle facoltà di Medicina, che il ministro Giannini intende eliminare ma che per il momento conferma rinviando, sine die, il cambiamento sotto la pressione delle solite corporazioni accademiche e professionali e del ministro Beatrice Lorenzin che le sponsorizza. Rassegnarsi alla legge del più forte non è un metodo efficace per modernizzare un sistema ingiusto. E in generale se il governo vorrà affermare il valore nel merito nella sua politica per l’istruzione non potrà scegliere scorciatoie, e dovrà mettere nel conto lo scontro con i difensori dello status quo. Quelli che temono il cambiamento perché proteggono solo i loro interessi particolari.