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Pensioni, perché serve una riforma

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Le pensioni degli italiani ingoiano un terzo della spesa pubblica, il doppio rispetto alla media dei paesi dell’Ocse. Lo squilibrio del nostro sistema previdenziale e’ in questa cifra che ci allontana dal mondo occidentale (soltanto nazioni come la Turchia o la Corea spendono di piu’) e ci fotografa come un Paese dove gli anziani sono precocemente protetti e i giovani spogliati delle loro opportunita’ e di un’efficace rete di tutele. Non c’e’ bisogno di esperti in contabilita’ pubblica per rendersi conto che la coperta del welfare e’ una tela con vasi comunicanti: se lo Stato continua a spendere troppo per i suoi pensionati, spesso ancora cinquantenni, mancheranno sempre le risorse per la sanita’, la formazione, il lavoro che cambia diventando sempre un’alternanza tra posto fisso e attivita’ autonoma.
Il governo, finora, e’ andato avanti con i libri, Verde e Bianco, nei quali ha fissato i paletti di un piano per l’intera legislatura, ispirato appunto a un’idea complessiva di welfare, con la speranza di aprire cosi’ un varco di fronte al muro dei sindacati in campo previdenziale. E’ una prudenza comprensibile, che pero’ rischia di trascinarci nella palude di un dibattito infinito e inconcludente. Sulle pensioni serve un’operazione di verita’ e un’offerta complessiva al sindacato (che in questo caso protegge la maggioranza dei suoi iscritti) con qualche contropartita che costringerebbe tutti ad assumersi le proprie responsabilita’. Il primo scambio, per allungare l’eta’ pensionabile e ridurre la spesa previdenziale, e’ quello del patto generazionale. I risparmi devono essere contestualmente investiti negli altri capitoli della spesa pubblica, a partire dai nuovi ammortizzatori sociali e da tutele piu’ consistente per l’universo dei lavori flessibili. Attualmente c’e’ un paradosso tutto italiano: un giovane inizia un percorso di lavoro con forme flessibili (cioe’ contratti a termine) e mentre non ha alcuna prospettiva per una dignitosa pensione, finanzia con contributi sempre piu’ alti lo status quo, cioe’ le pensioni delle generazioni piu’ anziane.

Piu’ che il welfare delle opportunita’, questo e’ lo stato sociale delle discriminazioni. Una seconda contropartita riguarda la liberta’ di scelta concessa ai lavoratori, sapendo che la speranza di vita e di attivita’ si allunga. Vuoi andare a riposo prima? Hai una pensione piu’ bassa. Accetti di allungare l’eta’ di lavoro? Guadagni di piu’. Sono forme di incentivi e disincentivi che, almeno stando ai sondaggi, gli stessi lavoratori gradirebbero, senza considerare il vantaggio collaterale di impedire forme opache di reinserimento dei pensionati nel tessuto produttivo. Provate a chiedere a un piccolo imprenditore come si regola con i suoi lavoratori in pensione ancora giovani, e scoprirete un trucco molto diffuso: i piu’ bravi continuano a lavorare, in nero. Infine, dallo scambio che il governo deve mettere sul tavolo del negoziato per ridurre la spesa previdenziale non puo’ essere sfilato l’aspetto fiscale. La tassazione sui salari e anche quella sulle pensioni (il doppio rispetto alla media Ocse) va ridotta, con un effetto virtuoso a catena sul reddito disponibile e quindi anche sulla propensione ai consumi.
Qualcuno osserva che in una stagione di dura recessione, con dei tempi di uscita dal tunnel ancora incerti e sfuocati, e’ meglio non mettere mano a questo tipo di riforme. Da qui il rinvio e l’attesa. Credo, invece, che sia vero esattamente il contrario: tra le opportunita’ che la crisi offre c’e’ appunto quella di ristrutturare, proprio in tempi di crisi e sotto la spinta dello stato di necessita’, le voci della spesa. Nelle aziende funziona cosi’, e la crisi e’ l’occasione per modernizzare e rendere l’impresa piu’ competitiva. Perche’ per lo Stato, e per il suo bilancio, le cose dovrebbero andare diversamente?