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La crisi del capitalismo:stipendi alti e pochi risultati America delusa dai grandi manager

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Torna? Non torna? Torna, ma a mezzo servizio? Tra qualche settimana – meta’ o fine giugno – Steve Jobs dovrebbe riprendere la guida della Apple dopo un semestre passato a curare la sua malattia: non un nuovo tumore, pare, ma gli squilibri metabolici provocati dall’ intervento del 2004 per la rimozione di un cancro al pancreas. Stavolta, pero’, anziche’ con trepidante attesa e umana comprensione, l’ avventura dell’ uomo che col Macintosh ha trasformato l’ industria dei computer e che con iPod e iPhone ha rivoluzionato il modo di ascoltare la musica e di usare il telefonino, viene seguita con un certo fastidio. Non e’ solo l’ irritazione dei mercati per un’ incertezza che si riflette sul valore della Apple in Borsa: e’ anche il riflesso del cambiamento di umori di un’ America che ha smesso di adorare i suoi Ceo, gli amministratori delegati delle grandi corporation che negli ultimi trent’ anni – da quando Lee Iacocca salvo’ la Chrysler – sono stati le figure piu’ ammirate. Vere icone di un Paese perennemente a caccia di eroi.

Ancora due anni fa i giornali erano pieni di articoli che ne celebravano il coraggio, la propensione al rischio, la capacita’ di inventare il futuro. Titani, masters of the universe in grado, da soli, di cambiare il destino di aziende globali con centinaia di migliaia di dipendenti. Chi poteva azzardare nei loro confronti obiezioni terra-terra come quelle sull’ entita’ di maxistipendi chiaramente sfuggiti alla forza di gravita’? Anche se Jim Collins nel suo bestseller del 2001 Good to Great aveva sentenziato, dopo averne studiato le avventure, che gli amministratori di maggior successo non sono i grandi visionari ma gli umili e infaticabili costruttori di solide strutture aziendali, fino all’ altro ieri l’ esaltazione dell’ indomito coraggio dei Ceo e’ stato il pane quotidiano dell’ America: l’ addestramento in campi paramilitari dove i manager andavano ad apprendere le tecniche di sopravvivenza, l’ amministratore delegato della Southwestern Airlines che si lanciava col paracadute perche’ le idee migliori ti vengono quando sei pieno di adrenalina, le corse in moto sull’ asfalto bagnato del capo della Bmw Usa, i voli acrobatici del Ceo di Micron Technologies, folle di manager improvvisamente pazzi per il bungee jumping, tutti in fila su un ponte, pronti a gettarsi nel vuoto. Piu’ prudente, il fondatore di Amazon Jeff Bezos si accontentava dell’ adrenalina procurata dalle attrazioni di Disneyworld, di cui rimane un assiduo frequentatore.

Poi e’ arrivato il 2008 con molti dei piu’ celebrati banchieri cacciati a raffica con l’ accusa di aver distrutto i loro istituti, esposti a rischi folli. E col Congresso che ha cominciato a processare pubblicamente, in diretta tv, i capi dell’ industria petrolifera, della finanza di Wall Street, dell’ auto. Ex signori dell’ universo ridotti a balbettare giustificazioni per l’ uso dei loro jet aziendali. Tra un mese allo Stock Exchange di New York verra’ incoronato il Ceo dell’ anno. Per il 2009 e’ stato scelto il capo di McDonald’ s, Jim Skinner: uno che e’ entrato in azienda a 17 anni, partendo dalle cucine di un fast food e che, dopo una straordinaria carriera interna e la nomina ad amministratore delegato, nel 2004, ha rilanciato il gigante della ristorazione rinnovando l’ arredamento dei suoi locali e migliorando i menu con l’ inserimento di cibi salutari, in aggiunta alle classiche polpette e alle patate fritte. Ma possono bastare dei solerti manutentori di aziende per restaurare un capitalismo che ha bisogno di essere rilanciato se non, addirittura, reinventato? La rivista The Atlantic e’ stata tra le prime a porre il problema: Abbiamo esagerato con i “supereroi”, e’ vero. Ma siamo sicuri di poter rinunciare ai manager visionari?. Ai conservatori, rimasti fedeli all’ impostazione classica del liberismo, la demolizione della cultura dei Ceo imperiali pare funzionale a una loro subordinazione al potere del nuovo superCeo, il presidente Obama.

Sul New York Times David Brooks sostiene, invece, che l’ emergere di Washington come motore di una nuova, pervasiva politica industriale, determinera’ un’ altra mutazione genetica nei Ceo, spingendoli ad assorbire alcuni tratti tipici dell’ uomo politico. Chrysler e’ l’ azienda simbolo di questa era magmatica. Non ha inventato l’ auto, ma l’ ha reinventata varie volte: il Suv, il minivan, le berline sportive Dodge. Il leader carismatico Iacocca e Bob Nardelli, l’ uomo venuto dai supermercati che ha accompagnato senza un sussulto l’ azienda fin sulla porta dell’ obitorio. Tocca ora a Sergio Marchionne farla risuscitare. Un uomo solo al comando, un visionario, uno che non ha paura di rischiare. Che, pero’, da Washington a Berlino, ha rapidamente imparato a trattare coi governi. Gli esperti americani di management lo osservano con grande curiosita’. Un vero uomo-laboratorio della nuova era. Visionari capaci di reinterpretare la realta’ o solidi gestori dell’ esistente?

Tre studiosi dell’ universita’ di Chicago (Steven Kaplan, Mark Klebanov e Morten Sorensen) che recentemente hanno completato uno studio sulle caratteristiche dei Ceo analizzando le personalita’ di 316 capiazienda, sono giunti alla conclusione che – piu’ della capacita’ di costruire una squadra di manager ben assortita, di saper comunicare e saper ascoltare – conta la tempestivita’ nelle decisioni, la capacita’ di organizzare la produzione, l’ attenzione ai dettagli e la presenza a oltranza in azienda. A mettere d’ accordo sostenitori e detrattori del manager visionario arrivano, ora, Naom Wasserman, Bharat Anand e Nitin Nohriasay. Tre professori di Harvard che in autunno pubblicheranno uno studio (When does leadership matter?, ultima versione di una ricerca iniziata nel 2001) nel quale sostengono che i compassati ed efficienti gestori dell’ esistente sono i manager ideali per le societa’ elettriche, parte di quelle alimentari, le imprese che erogano servizi pubblici e, in genere, tutte quelle che operano in un ambiente fortemente regolamentato dai governi. Il manager visionario rimane, invece, essenziale, nelle imprese dell’ alta tecnologia, delle comunicazioni digitali e dove la scelta di un solo prodotto sbagliato puo’ decretare la scomparsa di un’ azienda.