Cervelli in fuga dall'Italia - Non Sprecare
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I giovani in fuga dall’Italia: almeno 30mila all’anno. E non torneranno più…

Considerano una “sfortuna” vivere nel nostro Paese. Fuggono dalla precarietà, dalla corruzione, dalla mancanza di prospettive sul lavoro. E lasciano i padri a godersi i loro privilegi e l’altissima qualità della vita in Italia

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CERVELLI IN FUGA –

C’è un’Italia ormai altrove. Ne fanno parte migliaia di giovani, oltre 200mila solo in Inghilterra, che hanno deciso di studiare all’estero: aumentano anno dopo anno (circa 30mila nel 2013, il dopo rispetto al 2008), e non emigrano per migliorare la loro formazione e poi tornare. No, loro hanno già scelto di vivere in paesi stranieri. D’altra parte, secondo un’indagine della Fondazione Migrantes il 40 per cento dei giovani italiani considera «una sfortuna» vivere in Italia. Per via della precarietà, della corruzione, della criminalità e delle prospettive sfavorevoli in materia di status sociale ed economico. Dei mali di un Paese che, come scrive ieri Ernesto Galli della loggia sul Corriere della Sera, letteralmente «cade a pezzi».

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CERVELLI IN FUGA DALL’ITALIA –

Queste generazioni, più di una purtroppo, sono figlie del declino e di genitori, innanzitutto i padri, che hanno interpretano molto bene, da almeno un ventennio, un pirandelliano doppio ruolo. Da un lato sono stati i protagonisti del degrado italiano, hanno fatto poco o nulla per arrestarlo, a differenza delle generazioni del dopoguerra che hanno sentito l’energia vitale, la necessità, la passione, di un riscatto e di una crescita della nostra comunità nazionale. Dall’altro versante, i padri del fuitevenne hanno spinto i figli alla fuga all’estero, rappresentando un Paese senza prospettive, dove però loro, i genitori, possono continuare a beneficiare dei diritti degli inclusi, a scapito degli esclusi, e di una qualità della vita che in Italia resta altissima, unica al mondo. Se andate a scomporre, per esempio, i costi della nostra spesa sociale, scoprirete che il rapporto tra le uscite a favore delle vecchie generazioni rispetto alle nuove è di 3,5 a . I soldi del welfare ci sono, ma spettano solo e sempre ai padri (o ai nonni), mai ai figli. E guai a toccarli. Nello stesso giornale che contiene il grido di dolore di Galli della Loggia, un’inchiesta di Gian Antonio Stella documenta l’ultimo imbroglio di questo latente conflitto generazionale. Una misteriosa manina ha cancellato dalle legge Fornero una clausola che stabiliva un tetto alle pensioni di chi decide di restare al lavoro fino a 70 anni o anche oltre. Il risultato è che per costoro ci saranno vitalizi fino al 115 per cento dell’ultimo stipendio, con un conto per il welfare di 2 miliardi e mezzo che saranno sottratti agli interventi per la previdenza di quei giovani già condannati oggi a ricevere domani pensioni da fame.

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QUALE FUTURO PER I GIOVANI IN ITALIA

Nella sua analisi Galli della Loggia, giustamente, punta il dito contro quelle élites che hanno abdicato alla propria funzione rinunciando a esercitare il tipico ruolo di una classe dirigente. Questo fenomeno, l’eclissi della borghesia italiana, rappresenta il vuoto più grave sul quale poggia l’instabile equilibrio sociale del Paese. Non abbiamo, a differenza di tutti i nostri partner europei, un driver alla guida dell’Italia, e la pochezza della nostra classe dirigente, schiacciata sul presente e sulla difesa dei propri diritti acquisiti, non può essere circoscritta alla povertà, anche culturale, del ceto politico e alla sua perdita di credibilità. La diserzione è molto più ampia e si traduce in una perdita di vista di qualsiasi interesse collettivo e di una difesa a oltranza, categoria per categoria, di posizioni corporative. E’ come se quelle élites una volta conquistato il potere, anche attraverso il conflitto con i loro genitori, avessero deciso di blindarlo, fino a bloccare l’ascensore sociale, in modo da rendere impossibile qualsiasi modernizzazione del Paese e senza alcuna preoccupazione per il futuro delle nuove generazioni. E’ qui che nasce la fuga in massa dei nostri figli. E’ per questo che adesso sono loro, prima di noi, a chiederci di studiare all’estero, sapendo che non torneranno in Italia. Possiamo fare qualcosa per fermarli? Possiamo trovare argomenti con i quali convincerli a occuparsi del loro Paese? Sarà difficile. A meno che non ci sia una reazione collettiva, dal basso, alimentata da nuove generazioni che intanto stanno conquistando posizioni importanti nel perimetro delle classi dirigenti. La scossa tocca a loro, e auguriamoci che sia forte, molto forte.

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