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Stefano Montello: vi presento la Fattoria sociale Volpares

«La parola cultura e la parola coltura hanno la stessa radice. Che poi è la stessa della parola culto. Dobbiamo far ridiventare la terra una cosa sacra»

Stefano Montello: vi presento la Fattoria sociale Volpares
Stefano Montello - Fattoria sociale Volpares
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«Gli orti sociali nascono un po’ dappertutto, sui tetti di New York, nei terrazzi di Milano, nelle fabbriche dismesse di Detroit o nella periferia di Kinshasa. Non sono esperienze estemporanee ma consapevoli, per lo più gestite da giovani: nascono dalla certezza che un modello di sviluppo e le conseguenti relazioni umane basate sulla sopraffazione o sull’indegnità dell’altro, mirato allo sfruttamento indiscriminato delle risorse comuni e all’accumulo del superfluo, stia definitivamente tramontando. E ciò lascia spazio – lascia un’autentica prateria – a disposizione di chi intenda tornare a lavorare la terra con metodi non invasivi, spezzando, per quanto possibile, la filiera del petrolio e tornando ad un’agricoltura biologica e soprattutto consapevole culturalmente di ciò che la terra è e può dare e rispettandone i tempi. La parola cultura e la parola coltura hanno la stessa radice. Che poi è la stessa della parola culto. Far ridiventare la terra una cosa sacra».

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Le parole sono di Stefano Montello, agricoltore (e grande musicista friulano), che dal 2011 gestisce un esperimento di agricoltura sociale nella Bassa Friulana, con la Fattoria sociale Volpares di Palazzolo dello Stella, in provincia di Udine. Montello racconta la sua storia al fattoquotidiano.it di cui riportiamo un estratto.

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«Qui l’obiettivo non è di fare profitto, ma di mettere queste persone in condizioni di stare bene o, almeno, di stare meglio di prima. E magari anche – burocrazia permettendo – di farle rientrare nel mondo del lavoro una volta terminato il progetto» spiega. «Li chiamano “soggetti fragili”, “svantaggiati”. Ma queste persone hanno un nome, come tutti. Senza il nostro nome siamo condannati, non solo all’anonimato, ma alla clandestinità. E molti di loro, fuori dai confini delle fattorie sociali, sono dei clandestini senza nome».

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Ad oggi alla Fattoria sociale Volpares sono passate circa una ventina di persone, e tutte se ne sono andate un po’ diverse, forse migliori: «C’è quello un po’ chiuso, che parlava pochissimo e se ne stava in disparte, che ora arriva al mattino, sa già quel che deve fare e lo fa bene, con passione. Parla sempre poco, ma adesso qualche volta ride. C’è quello che si impossessa del trattorino e da lì sopra si dà la stessa importanza di Lawrence D’Arabia sul suo cammello. C’è quello che ripete sempre le stesse cose, che a volte avresti voglia di dirgli “ok ma adesso dimmi qualcos’altro”, che poi alla sera ti manda un sms con scritto “vi voglio bene”.

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I prodotti dell’orto sono più buoni a Volpares perché sanno di quella «sana follia che portano con sé i semi-clandestini come noi» e perché «non si tratta più di parlare di affascinanti, benedetti e un po’ generici “progetti di inclusione”. Qui si tratta di diritto di cittadinanza e, di conseguenza, di democrazia».

Foto: Luca D’Agostino/Phocus Agency

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