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Il potere terapeutico del giardino, perché tornare alla natura ci fa stare meglio

Marco Martella, scrittore e storico dei giardini, è intervenuto al Festival della Mente di Sarzana per spiegare come il giardino sia un luogo di resistenza rispetto al mondo contemporaneo e uno spazio dove possiamo ritrovare la nostra umanità e stare meglio

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TERAPIA DEL GIARDINO –

Il giardino come luogo di resistenza rispetto a ciò che il mondo contemporaneo ci propone, dalla mercificazione spinta al profitto a ogni costo. Uno spazio a cui tornare per liberare il nostro spirito selvaggio, ritrovare noi stessi e la nostra umanità. È la teoria di Marco Martella, storico dei giardini e responsabile della valorizzazione del verde storico del Département des Hauts-de-Seine in Francia, che è intervenuto all’edizione 2015 del Festival della Mente di Sarzana.

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“Appena si chiude il cancelletto del giardino dietro di sé avviene subito qualcosa – spiega Martella a Non sprecare –. È come se entrassimo in un cerchio magico che ci rimette in contatto con lo spirito del mondo. Non è che siamo trasformati ma cambiamo realtà. Siamo in un luogo più denso e concentrato, che ci spinge a lasciarci andare malgrado le nostre resistenze. Ci permette, insomma, di ricordarci che siamo esseri umani. E questo accade anche attraverso il contatto fisico con gli alberi e le piante: è come se riattivassimo una memoria del corpo che ci ricongiunge alla natura, un po’ come avviene con i ricordi della nostra infanzia”.

Ecco dunque l’importanza di tornare al giardino in un momento in cui tutti gli spazi sono diventati funzionali e privi d’affetto.

GIARDINO RESISTENTE –

“Il giardino è anche un luogo di resistenza. E questo per molti motivi – continua lo storico dei giardini –. Quello più evidente è il fatto che, in quanto opera dell’uomo con la natura, abbia a che fare con la vita ed è dunque qualcosa che non può essere trasformato in merce. Per natura, quindi, questo spazio sfugge al processo di mercificazione che ormai concerne tutti gli aspetti del nostro mondo, dal cibo alla letteratura”.

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Tornare al giardino è dunque anche un atto politico, di ribellione: “Perché qui decidiamo di vivere secondo i valori e i tempi che sono quelli del giardino, non quelli della società che ci circonda e che ci spingerebbero alla velocità e all’assenza di pensiero – prosegue l’autore di “E il giardino creò l’uomo”, (Ponte alle Grazie, 2012) e “Giardini in tempo di guerra” (Ponte alle Grazie, 2015) –. In questo senso, assumono un grande valore gli esempi di chi decide di coltivare la terra senza pesticidi o di riappropriarsi del verde cittadino, contravvenendo alle leggi del mercato o della società”.

“Ovviamente, non serve necessariamente avere un giardino per operare questo ritorno alla natura: bastano anche un seme, un po’ di terra e un vasetto – continua Martella –. O anche semplicemente andare in un giardino”. Un luogo che ha anche un tempo diverso, che ci permette di pensare, di fermarci e di recuperare l’arte dello sguardo. “Ora siamo bombardati da tante immagini, che vanno veloci, troppo veloci, e che non ci lasciano lo spazio per pensare. Il giardino, invece, ci invita a farlo – spiega lo storico dei giardini –. E in questo tempo riusciamo di nuovo a sentirci nel nostro corpo, nel nostro spirito, a contatto e in sintonia con il mondo”.