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Quando laltro diventa ostaggio delle nostre paure

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 René Guitton

I governi del continente fomentano odi razziali e psicosi collettive, agitando lo spauracchio di invasioni straniere Alla base c’è un malinteso senso del concetto di «identità nazionale» Ascoltando alcune dichiarazioni politiche, in questi ultimi tempi, non si può fare a meno di essere colpiti da un senso di malessere. Sembra che l’Europa, e più precisamente la Francia, siano interessate dall’invasione di orde definite «barbare» oppure si sforzino di preservare alla meno peggio le ultime vestigia della loro civiltà, minacciate da influssi stranieri distruttori della nostra identità. Come se poi questo concetto potesse – per noi, eredi di Roma, di Atene e di Gerusalemme – essere concepito solo al singolare.

Secondo l’immaginario popolare, incoraggiato dai pronunciamenti delle alte sfere, sembra che all’orizzonte si profilino lunghe file di minareti, per minacciare chiese pulite e immacolate. Oppure processioni di rom che, abbandonando i pollai dove hanno agito finora, si dedicano a nuove rapine. O ancora periferie intere di grattacieli di cemento che diventano feudi della criminalità e di un violento fondamentalismo religioso. Tutto un mondo di paure oscure, di odi e di pregiudizi immemorabili risorge così sotto i nostri occhi. Con lo stesso fardello di falsi rimedi, si dispiegano impressionanti forze di polizia e di gendarmi per «ristabilire» la legge in luoghi che anzitutto richiedono più umanità. Non si brandisce più soltanto la giustizia contro gli agitatori, ma li si minaccia in aggiunta con una pseudo-morte civile, attraverso la decadenza del permesso di soggiorno. Si vedono perfino dei parlamentari, degli uomini di governo che si dedicano alla stima delle colpe imputabili a questo o a quel gruppo etnico o religioso, come se ogni comunità messa in tal modo alla gogna fosse per natura votata a essere l’agente del male e del disordine. Non si finisce soprattutto di mettere in evidenza il fondamento di una «identità nazionale» che non sarebbe un corpus di valori morali, bensì una specie di grazia immanente riservata ad alcune brave persone.

È questa vaga identità a far da base a un desiderio di sicurezza fondato su paure irrazionali e su un sentimento di continua inquietudine, di fronte a una sorta di impressione generalizzata di violenza e trasgressione delle leggi. Comportamenti del genere hanno qualcosa di ridicolo e di tragico. Succede come se, davanti alla mondializzazione degli scambi, all’uniformarsi dei modi di vita su scala planetaria, alla mescolanza sociale sempre più diffusa e alla ridiscussione delle fedi e delle ideologie tradizionali, la società cercasse di inventare nuovi criteri per differenziarsi. Tali criteri vorrebbero legittimare de facto le situazioni in cui l’appartenenza etnica o religiosa permette di classificare gli esseri umani in «buoni» e «cattivi», assegnando loro un posto nella scala sociale. Una reazione istintiva all’improvvisa accelerazione della storia? In qualche decennio, dalla fine della Seconda guerra mondiale, il mondo è cambiato più di quanto non abbia fatto dall’antichità alla rivoluzione industriale. Le nostre società sono diventate più che mai urbane, generando l’annacquamento dei modi di vita e delle credenze specifiche dell’uno o dell’altro settore.

La scomparsa di forti impedimenti alla libera circolazione delle persone e dei beni si è trasformata in formidabili flussi migratori dal Sud al Nord, e all’interno stesso del Nord sviluppato. Questi flussi hanno favorito la nascita di società multietniche e multiconfessionali, ormai divenute normali anche per il futuro. L’innalzamento generale del livello di vita e lo sviluppo di nuove tecnologie hanno trasformato l’ambiente e il nostro rapporto con il mondo, accrescendo però il numero degli esclusi, per varie ragioni incapaci di adattarsi a sconvolgimenti tanto veloci, e relegandoli nella miseria dell’«arrangiarsi» e nel ricorso alle comunità di provenienza, talvolta difensivo e aggressivo. E allora si inventa, a mo’ di fallaci protezioni, la paura dell’altro e la volontà di distinguersi a ogni costo, con diversi mezzi. E come corollario c’è il ritorno in forze della xenofobia, del razzismo e dell’intolleranza per tutto ciò che è diverso, quindi minaccioso. Avviene come se la xenofobia e il rifiuto dell’altro fossero l’unico linguaggio comune a tutte le aree geografiche e culturali, come mostrano tanti eventi che si svolgono contemporaneamente in ogni angolo del mondo.

La Francia non fa eccezione alla regola, pur se vorrebbe svolgere il ruolo di laboratorio sperimentale per un nuovo sviluppo condiviso dell’alterità e dell’identità. Di fronte alle minacce che ci vengono agitate davanti (etniche, culturali e religiose), di fronte alle derive di certi governanti, accogliamo – invece di biasimarli – quanti nelle organizzazioni non governative e nei mass media alzano unanimemente la voce per costruire un argine contro il ritorno di odi antichi. Queste voci, la cui sola religione è il primato dell’individuo sul gruppo, le preminenza dell’umanità sul gioco politico, potrebbero costituire un’identità abbastanza forte per irraggiare la cancrena degli animi.