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Il dilemma ambiente sviluppo

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Negli ultimi decenni molto della visione industriale e’ cambiato. Anche se non e’ sempre facile percepirne
i risvolti, le tendenze nel presente, e fare una valutazione chiara delle prospettive future.
Ottenere un valido giudizio in merito significa affrontare difficolta’ simili a quelle di chi vuole guardare
una montagna quando ci cammina sopra. Senza una debita distanza dagli interessi personali
e’ difficile infatti essere obiettivi. Ma qui non abbiamo alternative migliori. Le questioni ambientali
riguardano tutti, e sono ormai diventate un tutt’ uno con la nostra vita, con i criteri che guidano
i nostri comportamenti. Mentre non e’ facile trovare nei libri di economia di dieci o vent’ anni
fa parti dedicate all’ ecologia, oggi e’ impossibile farne a meno. La cosiddetta “economia sostenibile”,
ovvero una produzione industriale compatibile con il rispetto dell’ ambiente, e’ al centro dei
dibattiti economici di tutto il mondo. In questa indissociabilita’ dell’ etica ambientale dall’ attivita’
produttiva un posto di grande rilievo hanno gli accordi internazionali. E non a caso. Pensare di
affrontare la questione ambientale in un solo paese sarebbe assurdo e inutile. Molte iniziative sono
state prese insieme concretamente dagli Stati in questi anni. La piu’ importante delle quali e’ stata
certamente il Protocollo di Kyoto. Il patto sottoscritto nella citta’ giapponese l’ 11 dicembre del
1997 da ben 160 paesi ha garantito di operare una riduzione delle emissioni di materiali inquinanti
del 5% in dieci anni. L’ importanza ottenuta, non soltanto reale ma anche simbolica, e’ stata l’
adesione molto ampia a una concezione dell’ industria attenta all’ ecologia. L’ elemento vincolante
e’ stata l’ introduzione autoimposta di alcuni criteri di produzione, i quali hanno spinto a sostituire
una tecnologia, vecchia e inquinante, con una nuova, piu’ onerosa e piu’ ecologica.
Naturalmente, il rapporto costi-benefici ha avvantaggiato l’ umanita’, ma non i bilanci delle industrie.
Per questa ragione molti paesi non hanno aderito, mentre altri hanno deciso un’ adesione
solo successivamente. Ben 40 nuovi paesi si sono aggiunti ai precedenti nel 2001 alla Conferenza
di Marrakech, mentre altri importanti non hanno aderito per nulla. La piu’ sensazionale delle dissociazioni
da Kyoto e’ stata, come e’ noto, quella degli Stati Uniti, responsabili del 40% delle immissioni.
Anche se, con una certa titubanza, Clinton aveva aderito con timidezza, in seguito Bush ha
rinunciato definitivamente ad impegnarsi. La questione e’ riemersa ultimamente, subendo un’ evoluzione
dovuta a due fattori principali. Il primo e’ l’ aumento della produzione industriale in paesi
che non hanno sottoscritto gli accordi e che un tempo non avevano un vero sviluppo industriale.
Cio’ riguarda la gran parte degli Stati dell’ Europa dell’ Est, ma soprattutto Cina e India in grande
espansione economica. La seconda riguarda, invece, la crisi congiunturale che sta attraversando
il pianeta, la quale ha cambiato le prospettive generose verso l’ ambiente di molti dei firmatari.
Tra le nazioni che hanno cambiato idea su Kyoto vi e’ adesso anche l’ Italia. Il governo ha annunciato
nei giorni scorsi che si fara’ portavoce di un’ iniziativa di opposizione non tanto al carattere
ambientale della politica industriale, quanto al rigido e ferreo rispetto dei criteri estremi del
Protocollo. In effetti, sembra che con le previsioni che derivano dall’ attuale crisi economica sia
molto difficile per l’ Italia rimanere nei prossimi anni all’ interno dei parametri prefissati. A margine
di questa difficile situazione di emergenza complessiva del sistema conviene evitare di essere
troppo idealisti e troppo cinici insieme. Si tratta cioe’ di stabilire, come si fa nella gestione delle
emergenze, la scala delle giuste priorita’. Se leggiamo, ad esempio, le stime che l’ Onu offre dello
stato di salute dell’ economia mondiale, ci muoviamo a livelli bassissimi e non sembra assolutamente
realistico l’ obiettivo ecologico richiesto da Kyoto. Senza entrare in un discorso tecnico, e’
sufficiente constatare che per poter inquinare bisogna prima produrre. E affinche’ la questione ecologica
diventi un criterio etico fondamentale di una seria e moderna politica industriale e’ necessario
che vi sia un sovrabbondante sviluppo. Altrimenti di cosa parliamo? Pensare l’ industria e l’ economia
a partire dall’ ambiente sembra un paradosso molto simile a quello di chi e’ convinto che per
poter tenere incontaminato il mare sia necessario entrare puliti nell’ oceano. Oggi la priorita’ e’ un’
altra, e riguarda l’ economia. Dalla ripresa dello sviluppo deriva infatti la salvezza di tantissime
vite umane nel mondo, e forse anche la salvezza ambientale del globo intero. Il rischio e’ assistere
all’ espandersi esponenziale della poverta’ e della miseria dappertutto, come fa un deserto quando
c’ e’ siccita’. ovvio che l’ umanita’ non potra’ sopravvivere senza un ambiente tutelato e vivibile,
ma a che cosa servirebbe un pianeta incontaminato abitato solo da affamati o da pochi esseri
umani? La soluzione immediata deve dunque giungere attraverso accordi ecologici di tipo internazionale,
ma nei termini definiti da una moderna industrializzazione e da un moderno progresso
ecologico, e non da un’ ecologia anti-industriale, nemica della ricchezza e produttrice solo di miseria.
A meno che non pensiamo il mondo futuro come una civilta’ caratterizzata dalla vita agreste,
e l’ economia reale come la preistorica attivita’ di raccolta dei prodotti naturali di comunita’ di selvaggi
che vivono non in citta’ illuminate, ma in poco confortevoli caverne di roccia.