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Carne, quello che non sappiamo sui piatti che mangiamo

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Lo scandalo della carne, che si sta allargando a macchia d’olio, ha un’origine molto precisa: l’assenza di regole sulla tracciabilità e sulla provenienza degli alimenti che mangiamo. Questo è il punto. Le lobby alimentari finora hanno vinto la loro partita a Bruxelles e, grazie alla complicità degli eurocrati, i consumatori dell’Unione non possono sapere da dove viene la carne che mangiano, quando e come è stata macellata, e quali sono stati i vari passaggi prima di finire negli scaffali di un supermercato.

L’unica etichettatura prevista, infatti, e quella della carne bovina, ma è molto vaga ed esposta al rischio di indicazioni generiche che aprono le porte alla speculazione. Dopo anni di dibattiti e negoziati si è deciso di allargare l’obbligo delle etichette, con la relativa tracciabilità, anche alla carne di pollo e di maiale. Ma solo dalla fine del 2014.

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E’ possibile aspettare ancora tanto tempo, dopo lo scandalo che sta coinvolgendo primarie aziende del settore? Perchè servono ancora due anni per avere norme di trasparenza in un settore così vitale dell’economia e della salute pubblica? Quanto alla carne di cavallo, siamo alla zero assoluto. Nessuna norma nè oggi nè domani. E nel far west hanno avuto gioco facile i registi della frode alimentare.

Lo scandalo, infatti, nasce dalla “crisi del cavallo”: con la recessione, molti proprietari di cavalli non hanno più i soldi per mantenerli e preferiscono mandarli al macello per poi vendere la carne, approfittando della mancanza di controlli. In Irlanda, il paese in Europa con la più alta concentrazione di cavalli, nel corso del 2012 ne sono stati macellati 25mila rispetto ai 2mila del 2008. E nel Regno Unito il numero dei cavalli macellati è raddoppiato negli ultimi tre anni. Mentre in Romania una legge ha vietato ai mezzi a cavallo di circolare per le strade, e migliaia di animali destinati al trasporto sono finiti al macello. E poi nei nostri piatti, presentandosi magari come una bistecca Fiorentina.

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