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L’Italia astensionista: perché non andiamo più a votare

Solo un elettore su due va a votare per il sindaco di Roma: che cosa si è rotto nel rapporto tra i cittadini e la politica?

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Astensionismo in Italia: dobbiamo abituarci. L’astensionismo di massa, registrato alle ultime amministrative dopo il precedente crollo dei votanti alle politiche, non è un fenomeno congiunturale, non appartiene a una fase decadente della nostra democrazia rappresentativa, ma piuttosto appare come un dato strutturale destinato, semmai, a crescere di intensità.

Dunque prendiamone atto. E dimentichiamo gli anni Settanta quando il 90 per cento dei cittadini italiani accorreva alle urne (94 per cento alle politiche, 92 per cento alle amministrative, 87 per cento alle europee) non dando segnali di stanchezza per il continuo ricorso al voto e per la cronica instabilità politica di un Paese che vedeva all’opera un governo all’anno.

In quegli anni la politica era al centro dei nostri pensieri e delle nostre aspettative, segnava i campi di un’appartenenza (ancorata a precise ideologie ed a vincoli internazionali), seminava partecipazione attraverso le reti nazionali e locali dei partiti. Erano i decenni nei quali lo sviluppo economico e sociale dell’Italia era accompagnato dalla rappresentanza, e innanzitutto dalle forze politiche che avevano il polso e il controllo delle domande che arrivavano dal basso della società.

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Sono passati trent’anni, ma è come se fossimo entrati in un’altra era geologica. E adesso che solo un elettore su due va a votare per scegliere il sindaco di Roma e l’astensionismo sale di 15 punti in appena cinque anni, bisogna chiedersi: numeri a parte, che cosa si è rotto nel rapporto tra i cittadini e la politica? E come è stata sostituita quella passione?

Il Censis, in un recentissimo studio, parla di una “love story chiusa”, e della “marginalità” di una politica nel quotidiano cittadino. Pesano, è inutile nasconderlo, le continue polemiche sulla Casta, sull’uso perverso del denaro pubblico, sui privilegi di un ceto politico che, mentre si svuotavano le urne, si è gonfiato come un pallone.

Pesano, ma non spiegano tutto. Come certamente conta il giudizio trasversale, per classi di età e per territorio, sulla pessima qualità della classe dirigente politica. Circa il 70 per cento degli italiani considera i nostri politici “scarsi” o mediocri”, e i tre quarti dei giovani la pensano in questo modo.

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«In generale l’astensionismo ha due dimensioni – spiega Piero Ignazi, professore di Politica comparata all’università di Bologna – La prima è quella degli elettori disinteressati, perfino poco informati nonostante il martellamento televisivo. La seconda, invece, è quella dell’astensionismo caldo, prodotto da un tradimento, da una rabbia per non sentirsi più rappresentato in modo convincente. In Italia le due dimensioni si stanno sommando sotto il segno dell’antipolitica, un fenomeno comune a tutti i paesi democratici, e sotto la spinta di una continua perdita di sovranità del popolo-elettore».

In realtà, tornando alle statistiche, è vero che il distacco dalla politica è accentuato ovunque, ma la sua intensità è molto diversa nei vari Paesi. Secondo l’indagine 2013 di Eurobarometro sul rapporto tra i cittadini e i loro rappresentanti politici, l’Italia è scivolata, negli ultimi anni, nel fondo della classifica in quanto a intensità di questo legame.

Il 56 per cento dei cittadini italiani non è coinvolto, ad alcun livello, nella partecipazione alla politica, rispetto al 47 per cento dei tedeschi, al 38 per cento degli spagnoli, al 33 per cento degli inglesi, al 28 per cento dei francesi. Laddove eravamo i primi, siamo diventati gli ultimi.

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«L’astensionismo è ormai un’opzione dei nostri elettori, laddove fino a qualche anno fa molti italiani pensavano che andare a votare fosse perfino un obbligo» commenta Alessandro Pizzorno, professore emerito di Sociologia «Dobbiamo essere preoccupati? Più che i cittadini si dovrebbero spaventare i partiti. E dovrebbero rendersi conto di quanto sia importante, come ha dimostrato anche il risultato di queste ultime elezioni amministrative, il rapporto con il territorio e con l’organizzazione. La fiducia crolla dove l’elettore sente distante e lontano il partito che dovrebbe votare, e questo sentimento non puoi recuperarlo solo attraverso le passarelle televisive…».

Anche Paolo Feltrin, professore di Scienze Politiche all’università di Trieste ed analista di flussi elettorali, è convinto che il trend dell’astensionismo sia destinato a crescere nelle prossime consultazioni elettorali. «Non sottovalutiamo il peso del fattore demografico.

L’Italia è un paese che invecchia e allontana i giovani, e quindi non crea ricambio nel corpo elettorale. Laddove le persone anziane a un certo punto si rifiutano di andare alle urne, anche per una banale stanchezza fisica, non subentrano le nuove generazioni» avverte Feltrin.

Nel vuoto di questo passaggio generazionale, un fenomeno trasversale nella società italiana, si consuma anche la sostituzione della passione politica. Con un ascensore sociale praticamente bloccato, la politica non riesce più, anche per la sua inconsistenza e per la sua incapacità di guardare lontano, ad accompagnare la voglia di emancipazione delle nuove generazioni.

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Il contrario rispetto alla chimica sociale degli anni Sessanta e Settanta. E i giovani, spesso attraverso il megafono della Rete e dei social network, scelgono così strade laterali di partecipazione alla vita pubblica, come la rabbiosa protesta su specifiche questioni, dall’inceneritore alla linea ferroviaria in Val di Susa, dalle battaglie per difendere il servizio pubblico di erogazione dell’acqua a un’astratta idea dei “beni comuni”.

Ma questo, di fatto, è un atteggiamento che allontana ancora di più dal perimetro della politica e mette in discussione i fondamentali della democrazia rappresentativa, almeno come l’abbiamo conosciuta finora.

Resta, infine, un’unica consolazione: quasi tutti gli studiosi condividono il fatto che un alto livello di astensionismo è comune alle democrazie occidentali. In America si sceglie il presidente degli Stati Uniti con una quota di votanti decisamente inferiore a quella degli italiani che partecipano alle politiche, e il sindaco di Londra, in proporzione, è ancora scelto da un numero inferiore di cittadini rispetto al suo collega romano.

Semmai, l’anomalia era quella precedente, quando andavamo a votare in massa. Peccato però che attorno a quella anomalia, una forte partecipazione alla vita politica e una solida rappresentanza in grado di gestire il consenso e le istituzioni, si è costruito il ciclo dello sviluppo. Mentre oggi facciamo i conti con il ciclo del declino.