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Che fine ha fatto Fukushima?

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di Fabio Deotto
 
Come puntualmente accade, nel giro di poche settimane abbiamo lasciato che la preoccupazione apocalittica per la situazione di Fukushima (e per il futuro nucleare in genere) si diluisse fino a perdersi nella nube di allarmi e timori che ha caratterizzato le ultime settimane: la guerra in Libia, la situazione politica italiana, Bin Laden etc. Il risultato, come era già successo nel caso della catastrofe petrolifera nel Golfo del Messico, è che si diffonda la silenziosa convinzione che l’ emergenza sia rientrata, che il peggio sia stato finalmente superato e che ora si tratta solo di lasciare che le autorità competenti lavorino per metterci una pezza.
Ci vuole poco, pochissimo, per scoprire che così non è. Basta tornare sul sito dell’Agenzia Internazionale sull’Energia Atomica ( Iaea), per leggere che “ la situazione all’impianto di Fukushima Daichi continua a rimanere molto seria”. E non si fatica a crederlo. Mercoledì la Tepco, l’azienda che gestiva l’impianto e che da due mesi è al centro di diverse polemiche, ha comunicato che gli ultimi rilevamenti compiuti in mare, a 15 km dal luogo dell’incidente, riportano livelli di radioattività altissimi: 1.400 becquerel di Cesio 137 in ogni chilo di acqua, circa 600 volte la quantità registrata normalmente attorno alla costa.

Mentre Bill Gates urla ai quattro venti che il nucleare è l’alternativa più sicura (in quanto responsabile di meno “ vittime per kilowattora” rispetto al carbone), il governo giapponese ha negato all’imbarcazione Rainbow Warrior, targata Greenpeace, di avvicinarsi alle coste per fare rilevazioni sullo stato delle acque giapponesi. L’idea alla base della spedizione di Greenpeace, di cui farebbe parte anche l’Italiana Giorgia Monti, era già stata caldeggiata su queste pagine da Francesco Bochicchio, ed è quella di effettuare un monitoraggio indipendente per valutare in che modo il livello di radiazioni sta aumentando e in che impatto avrà sugli ecosistemi marini. Interessantissimo, a questo proposito, la mappa interattiva sviluppata dagli esperti della ASR che mostra come ogni giorno l’acqua radioattiva riversata in mare da Fukushima vada incidere su aree sempre più ampie dell’ecosistema marino (con pericolose conseguenze per la pesca e l’alimentazione dei giapponesi in generale.)

Nell’impianto, intanto, la situazione è tutt’altro che tranquilla. Le temperature a livello degli ugelli che immettono acqua fredda sui vessel  1, 2 e 3 si aggirano ancora intorno ai 110-140 gradi centigradi. Sui reattori viene infatti ancora pompata acqua di mare al ritmo di 6-7 metri cubi ogni ora, e ciò nonostante dai siti 2 e 3 ancora si levano colonne di fumo bianco.

 

Martedì poi sono stati riversate 55 tonnellate di acqua nella piscina di carburante esausto del reattore 4, e nel frattempo, si continuano a diffondere agenti anti-scattering per provare a contenere la dispersione di particelle radioattive nell’aria.

La testimonianza più vivida in proposito arriva dalle immagini catturate dai robot mandati nel cuore della centrale. Hanno rilevato livelli di radioattività superiori a quelli attesi.

Nel frattempo, i lavori di messa in sicurezza continuano. Martedì gli operai hanno iniziato a prepararsi alle operazione di ripristino del sistema di raffreddamento e, per la prima volta, soldati giapponesi si sono spinti fino a 10 km dall’impianto per cercare eventuali dispersi non ancora evacuati.

Dopo aver tentato per settimane di edulcorare la situaziona, la Tepco sembra aver rinunciato a tentare di frenare gli allarmismi, e ha ammesso che per mettere in sicurezza la centrale nucleare ci vorranno mesi, forse tutto quel che resta del 2011. La Tepco ha anche annunciato che procederà secondo questa tabella di marcia: tre mesi per bloccare le perdite radioattive (a oggi, 70mila tonnellate di acqua radioattiva ristagnano sotto le turbine dei reattori 1, 2 e 3), altri sei mesi per raffreddare i reattori abbastanza da effettuare un cold shutdown (ma alcuni esperti dubitano che questa condizione potrà essere raggiunta in questi tempi).

Oltre a questi interventi, l’azienda giapponese dovrà occuparsi di risarcire i danni causati dalla sua negligenza. In questi giorni il governo di Tokyo ha infatti stabilito in questi giorni che la Tepco dovrà scucire qualcosa come 33 miliardi di euro, che finiranno in un fondo speciale per i risarcimenti