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Vi racconto Giorgio Bocca, il suo rigore, il suo talento, i suoi errori. E innanzitutto la sua passione civile nell’Italia sottosopra

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Quando ricevetti L’Inferno, il libro scritto con la Mondadori nel 1992 da Giorgio Bocca per descrivere il "profondo Sud e il suo male oscuro", la mia prima reazione fu lo soncerto misto a una certa rabbia. Conoscevo bene il talento puro di Bocca, lo consideravo un mostro sacro del giornalismo italiano, il maestro di una scrittura
cristallina, efficace per sintesi, per passione civile e per la capacità di non trascurare i dettagli che danno un senso compiuto al racconto; ero riuscito a reclutarlo tra i collaboratori della rivista Itinerario che avevo diretto a Napoli nella metà degli anni Ottanta, e mi aveva sempre attirato quella sua capacità di navigare, con la penna e con la testa, nel mare delle sue contraddizioni, non smarrendo però, mai, neanche per il secondo di una frase, la bussola di un pensiero forte, controcorrente, anticonformista. Di quel libro mi indignava il titolo, L’Inferno, che consideravo troppo catastrofista, e non accettavo, per il Sud, l’idea di una sconfitta senza possibilità di rivincita: lo lessi in una notte, tutto di un fiato, compresi alcuni errori nei giudizi sulle persone, alcune grossolane imprecisioni, qualche scivolata nei luoghi comuni. Ma alla fine mi convinsi che si trattava del capolavoro di un giornalista visionario, un affresco letterario da studiare nelle scuole, un testo nato e scritto per riflettere. O, magari, per reagire.
La vita professionale di Bocca, che a tutti noi piacerebbe imitare per ricchezza di contenuti e di produzione, é stata questa navigazione quotidiana, incalzante e incessante, lungo la linea di confine tra la cronaca e la letteratura, il flash del cronista che consuma le scarpe e macina chilometri per raccontare tutto da vicino e il giudizio mannaia di un intellettuale adrenalinico nei suoi sentimenti come nella sua indignazione. Un viaggio mai interrotto tra le luci e le tenebre di un Paese contraddittorio proprio come la personalità di Bocca. Nato a Cuneo, nella rigorosa e solida provincia piemontese, Bocca é stato fascista convinto, senza se e senza ma, iscritto ai Guf, i gruppi universitari del regime di Benito Mussolini dal quale ricevette anche una medaglia d’oro per le sue prestazioni sportive, e perfino teorico della "congiura ebraica" e firmatario, ad eppna 18 anni, di un raccapricciante "manifesto della razza". Poi, un minuto dopo l’8 settembre 1943, con lo steso impeto, Bocca ha aderito alla guerra partigiana, ne é stato un protagonista di prima fila come comandante della Decima Divisione di Giustizia e Libertà, e ha fatto di quella lotta coraggiosa e violenta, di quelle idee che hanno dato le basi all’Italia Repubblicana, un architrave inamovibile del suo dna. E con questi connotati di fondo, da giornalista, ha raccontato l’Italia, in tante testate, tra le quali le più importanti sono state sicuramente la Gazzetta del Popolo, L’Europeo, il Giorno di Enrico Mattei e La Repubblica, di cui fu uno dei fondatori con Eugenio Scalfari, e l’Espresso. Macinando chilometri di strada e di testi, Bocca ha raccontato con un stile inconfondibile, partigiano, fazioso, rabbioso, e sempre con una scrittura che solo ai grandi é concessa, tutti i fenomeni più significativi della storia nazionale: il boom economico, il centronistra (di cui fu prima ammiratore e poi censore), il terrorismo dei brigatisti (che prima negò, considerandolo il frutto avvelenato dei servizi deviati e poi demolì con una lucidità lapidaria), il boom della tv commerciale, il berlusconismo, la fine della Prima repubblica e l’avvitamento della Seconda. Negli ultimi anni, invecchiando come tutti gli uomini di ingegno e di rara intelligenza, Bocca aveva accumulato un pessimismo cosmico che scaricava con la forza di una clava contro  ciò che considerava  un dato di fatto: la deriva perfino antropologica dell’Italia e in generale del mondo occidentale. Nulla lo faceva più sognare, come durante gli anni della guerra partigiana, e tutto gli sembrava deprimente, sconvolgente dal punto di vista della deriva degli uomini e delle idee: il consumismo dominante, la volgarità, la videocrazia, la Grande Crisi che intanto arrivava come un uragano. Censurava tutto, con il suo stile impeccabile, con le parole che scendevano giù, negli articoli e nei libri, come il diluvio universale. E guardava, da osservatore perfino distaccato ma severissimo, il declino inarrestabile della poltiica, dell’economia, della società. Della vita. In questo percorso, proprio negli ultimi anni, era tornato a tuonare sul male assoluto che ha ingoiato il Mezzogiorno e in particolare Napoli , alla quale ha dedicato nel 2006 un libro dal titolo già significativo: Napoli siamo noi, il dramma di una città nell’indifferenza italiana. E sono arrivati, come i tuoni e i lampi nei giorni dell’Apocalisse, i giudizi terribili e contoversi di Bocca sulla città da sempre "paradiso abitato da diavoli". Per Bocca solo l’eruzione del Vesuvio potrebbe salvare Napoli e i poveri napoltani, costretti a viverla, dal suo destino di "città decomposta da anni". Sono parole che pesano perché pronunciate da un’intelligenza, da una testa e da un cuore, che mancheranno a tutti gli italiani. E sono parole che, rilette anche oggi, più che indignarci dovrebbero farci riflettere, per chiederci se, come e quando Napoli e i napoletani riusciranno a smentire le profezie del maestro Giorgio Bocca.