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Vi racconto come e perche’ Visco e’ diventato Governatore

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Sulla carta è il numero due di Fabrizio Saccomanni, ma in realtà Ignazio Visco, vice direttore della Banca d’Italia e prossimo Governatore, è sempre stato considerato da chi conosce bene le alchimie istituzionali (e le relative liturgie) di palazzo Kock un candidato alla pari, rispetto al suo superiore gerarchico, nella corsa alla successione di Mario Draghi. Napoletano, classe 1949 (è nato il 21 novembre), sposato e padre di tre figlie, Visco ha tutti i requisiti di un profilo giusto, e cucito addosso come un abito su misura, per insediarsi in una delle postazioni più delicate e strategiche della governance  del sistema Italia. Innanzitutto è un uomo della Banca d’Italia dalla testa ai piedi: assunto nel 1972, dopo essersi laureato in Economia alla Sapienza con il massimo dei voti e con la benedizione del maestro Federico Caffè, ha fatto la sua carriera interna, gradino dopo gradino, come si conviene a un cavallo di razza della scuderia di via Nazionale. Direttore centrale per le Attività Estere, per la Ricerca Economica, fino all’attuale incarico di vicedirettore generale (dal gennaio del 2007 ), e prima ancora, particolare decisivo in questo brillante percorso, capo del Servizio Studi, dove Visco ha lavorato per quasi vent’anni. Quel Servizio Studi, ricordiamolo, dove sono stati allevati altri governatori e dove si elaborano i messaggi, in termini di analisi e di indicazioni, più significativi della Banca d’Italia, a partire dalla relazione annuale del governatore.

In secondo luogo Visco in questa corsa, aperta anche dal meccanismo dei veti incrociati, ha avuto un asso nella manica nella persona del suo predecessore, Mario Draghi. Per il semplice fatto che Draghi, che ha esercitato il suo mandato con grande autorevolezza e con correttezza istituzionale, aveva in Visco il suo “ministro degli Esteri”, cioè un collaboratore prezioso nella tessitura e nelle relazioni internazionali. E qui arriviamo al terzo punto di forza di un’investitura che può sembrare sorprendente, e nella realtà le cose non stanno così,  per il modo con il quale è maturata. Visco è un economista di valore, preparato, molto conosciuto all’estero dove ha lavorato quasi quanto in Italia.

Il suo periodo di perfezionamento, dopo l’assunzione, lo ha fatto, con una serie di borse di studio, presso l’University of Pennsylvania, negli Stati Uniti, e poi come fellow dell’Economic Research Unit del dipartimento di Economia. Poi, già con i galloni della Banca d’Italia, tra il 1997 e il 2002, Visco è stato chief  economist e direttore del dipartimento Economics dell’Ocse. Stiamo parlando di una postazione strategica, perché dalla sua poltrona all’Ocse il governatore designato ha avuto una supervisione, e quindi una direzione, di tutta l’attività di analisi delle economie e delle politiche dei paesi industriali. Non a caso, rientrato a palazzo Kock, Visco è stato inviato a fare parte di diversi gruppi e comitati internazionali, tra i quali il comitato dei supplenti del G10, il comitato delle relazioni internazionali del sistema europeo delle banche centrali, il comitato dei supplenti del G7 e del G20. Una vera galassia di incarichi, tutti però riconducibili allo stessa funzione istituzionale ed operativa: quella appunto di “ministro degli Esteri” della Banca d’Italia. Un ruolo che certo non puoi ricoprire, salvo screditare l’Italia e calpestare la storia di una delle sue più solide istituzioni, se non hai una significativa competenza, una cultura e una preparazione di alto livello.

La biografia di Visco, dunque, è importante non solo per raccontare il personaggio, poco conosciuto al grande pubblico, e il suo percorso professionale, ma anche per capire fino in fondo una regola che in Banca d’Italia viene considerata quasi come un comandamento a protezione dell’intero apparato di palazzo Kock e delle sue funzioni che, sebbene ridotte dopo l’arrivo della Banca centrale europea con l’introduzione dell’euro, restano essenziali per la stabilità del sistema finanziario nazionale. La regola è che, oltre e prima dei giochi di potere, per arrivare all’incarico di governatore bisogna avere un curriculum a prova di bomba.