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Vele di Scampia, abbatterle o salvarle?

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Giravo nell’area nord di Napoli in Vespa. È la luce quello che più mi piace quando giro per Secondigliano e Scampìa… Scampìa possiede nel nome il suo spazio. Scampìa, parola di un dialetto napoletano scomparsa, definiva la terra aperta, zona d’erbacce, su cui poi a metà degli anni ’60 hanno tirato su il quartiere e le famose Vele. Il simbolo marcio del delirio architettonico o forse più semplicemente un’utopia di cemento che nulla ha potuto opporre alla costruzione della macchina del narcotraffico che si è innervata sul tessuto sociale di questa parte di terra" (Roberto Saviano, "Gomorra", Mondadori, 2006).

Eppure, quello che per Saviano è un "simbolo marcio del delirio architettonico", per i docenti di storia dell’architettura, di restauro architettonico e per diversi sovrintendenti italiani è un "segno" da salvare, come lo sono stati anche altri segni del "male", come alcune architetture fasciste, e come lo sono il Corviale, lo Zen e molti altri quartieri ad alto tasso di degrado. E intendono opporsi a un nuovo abbattimento delle vele.
Il 25 marzo hanno promosso un convegno in controtendenza al Teatro Mediterraneo della Mostra d’Oltremare di Napoli. La rivista «Ananke», fondata al Politecnico di Milano da Marco Dezzi Bardeschi (dedicata alla cultura della conservazione) è in prima linea nella battaglia per «Salvare le Vele di Scampia», tema al quale ha dedicato l’intero ultimo numero. Il complesso, reso famoso da "Gomorra", versa in grave stato di degrado, soprattutto sociale, ma è un «simbolo» dell’oggi. Nel rispetto della cultura storica, le generazioni dovrebbero passare le loro testimonianze – anche del male – a quelle successive. Ma c’è anche compito d’intervenire per sanare i problemi. Si può azzerare la storia? Ci sono ragioni per farlo?