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Una nuova civilta’ dell’abitare

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di M. Vittoria De Matteis

Un’ economia semplice, razionale e moderna è alla base del concetto di cohousing, un nuovo modo di vivere con spazi e servizi condivisi tra persone che si sono scelte e con cui si è progettata la propria comunità residenziale.

Qualità della vita all’insegna del downshifting: ossia prendersela slow. E dire basta allo shopping inutile, ad orari massacranti di lavoro e alla corsa. Il downshifter è colui che preferisce fare o avere poche cose per assaporarne meglio il piacere e investe sulla felicità, sul rispetto dell’ambiente. Un fenomeno che si sta diffondendo anche in Italia, e vanno in questa direzione il cohousing, il baratto, e il green job. Si condivide la propria esistenza quotidiana, la propria disponibilità a limare una parte delle proprie risorse per goderne assieme agli altri, senza rinunce.

Chi vive così – sono migliaia gli insediamenti di questo tipo nel mondo e decine in Italia – ha una vita più libera, meno costosa e meno faticosa, basata sulla condivisione: un micronido per i bambini, un orto o una serra, una palestra, un living condominiale, un servizio di car sharing o una portineria che fa manutenzione, paga le bollette e ritira la spesa.

Occorre un ampio ventaglio di competenze professionali per realizzare i progetti del genere: dalla ricerca delle aree idonee, alla progettazione sostenibile degli interventi, dalla formazione del gruppo promotore alla sua evoluzione in una comunità residenziale formata e organizzata, dal design degli spazi e servizi comuni, al loro arredo e corredo.

Le neo-coppie o i single che credono nell’utilità del contesto comunitario (candidati naturali di queste palazzine, casali o villette), spesso vivono in periferia ma con una connotazione precisa: quella del self help domestico come filosofia di vita. Il concetto di questo modello esistenziale unisce insieme i vantaggi tradizionali dell’essere padrone della propria casa, con quelli di avere in comproprietà certi altri servizi.

Questi quartieri o borghi cooperativi – sia quelli specificamente per gli anziani che quelli di età mista – sono una delle soluzioni più interessanti per le sfide sociali e ambientali di oggi. Il concetto è nato negli anni settanta in Danimarca con le prime cohouses o bofœllesskaber: Oggi si trovano oltre 600 comunità di cohouses in Danimarca, 100 negli Stati Uniti e dozzine nel resto dell’Europa, Regno Unito, Olanda, Svezia e Germania inclusi. In Danimarca si avvia perfino la costruzione di interi quartieri della città seguendo il modello cohousing, un vero revival del borgo tradizionale. In Italia, sempre più regioni stanno mostrandosi interessate, e molti i riferimenti per chi è incuriosito dal progetto: c’è una ‘rete nazionale’ che invita i gruppi a creare ‘reti locali’ che possano operare in modo congiunto, con particolare riferimento ad obiettivi specifici (rapporti con le istituzioni, iniziative locali etc.).

E’ proprio dal passato che viene uno stile di abitazione collaborativo che cerca di superare l’emarginazione contemporanea dell’individuo nel quartiere, in cui nessun conosce bene il suo vicino e dove la principale fonte di conoscenza del mondo è la televisione. Dove si comunica attraverso i cellulari e – i più competenti – le e-mail, dove, abituati a relazioni senza empatia, si frequentano i centri commerciali, dove molti si trovano lontani dalle proprie famiglie e dagli amici storici, con una conseguente crisi per la mancanza di assistenza affettiva ai figli, per l’ isolamento sociale, e per una grossa mancanza di tempo.

Se prima si dava per scontato il sostegno economico e sociale dai parenti, il senso di identità e di appartenenza ad una comunità, oggi si deve consapevolmente costruire tutto questo. Le comunità cohousing sono una risposta contemporanea a ciò, atte a facilitare lo sviluppo del rapporto di amicizia e buon vicinato.

Le caratteristiche sono un equilibrio tra il privato e il sociale, un ambiente sicuro e accogliente, uno stile di vita pratica e spontanea, una comunità inter-generazionale, un disegno ambientale che dà priorità al pedone e all’uso dello spazio aperto. Lo standard è tra 20 e 30 case private lungo una via o attorno ad un grande cortile, o una palazzina con aree comuni. I residenti spesso hanno la possibilità di partecipare alle cene sociali varie volte alla settimana, ma senza nessun obbligo. Insomma, una realtà a dimensione umana che promuove il rispetto e la solidarietà