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Un mondo disgustoso creato per i super ricchi

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Comprare opere d’ arte di questi tempi è un’ attività assolutamente e indiscutibilmente volgare. È lo sport preferito degli eurocafoni, del popolo degli hedge fund, dell’ alta borghesia da sobborgo ricco, di oligarchi e petroligarchi trendy e di galleristi con un’ autostima a livelli masturbatori, tutti rannicchiati insieme nei loro megayacht a Venezia, per la spettacolare Biennale di quest’ anno. Venezia è ormai un appuntamento irrinunciabile per questo nuovo mondo dell’ arte, insieme a Saint-Barthélémy a Natale e a Saint-Tropez in agosto, in un vortice stordente di mondanità ultra-glamour e party sfarzosi a ripetizione. Le credenziali artistiche sono très à la page nell’ importante business del mostrarsi colti, eleganti e, ça va sans dire, meravigliosamente ricchi. C’ è qualcuno, tra questa gente, a cui piaccia davvero guardare un’ opera d’ arte? Il loro piacere sta negli sguardi sbigottiti dei loro amici che misurano il peso dei gingilli esposti. Niente da stupirsi, quindi, che il successo dei grandi galleristi sia basato sul potere mistico che l’ arte esercita oggi sui super ricchi. I nuovi collezionisti, che in alcuni casi sono diventati straplurimiliardari grazie al loro ingegno affaristico, sono ridotti a doversi mostrare grati al loro gallerista o consulente artistico, capace di aiutarli ad apparire raffinati, di buongusto, all’ ultima moda, circondati dai loro capolavori oscenamente cool. Non molto tempo fa ero convinto che qualunque cosa contribuisse a estendere l’ interesse nei confronti dell’ arte contemporanea fosse benvenuto, che solo uno snob poteva volere che l’ arte fosse confinata a un gruppo di intenditori aficionados. Ma perfino un esibizionista narcisistico ed egoista come me trova questo nuovo mondo dell’ arte imbarazzante a livelli disgustosi. Nel fervore del pavoneggiamento smodato, non si ritiene necessario nemmeno sprecare tempo a guardare le opere in mostra. Alle abbuffate mega artistiche di tutto il mondo a fare tappezzeria sono soltanto i quadri. Smetto per un momento i panni del bravo ragazzo e vi confesso il mio piccolo segreto oscuro: sono convinto che molte persone nel mondo dell’ arte non abbiano un gran trasporto per la medesima e non siano in grado di distinguere un bravo artista da uno così così, finché quell’ artista non venga "certificato" da altri. I curatori professionisti sono terrorizzati all’ idea di selezionare dei quadri per una mostra perché hanno paura di far vedere che non hanno "l’ occhio". Preferiscono selezionare dei video e quelle incomprensibili installazioni e pannelli di foto e testi così postconcettuali, conquistandosi l’ approvazione dei loro colleghi, insicuri e miopi quanto loro. Queste opere "concettualizzate" rigurgitano inesorabilmente e periodicamente dagli anni ‘ 60. La maggior parte delle persone che gravitano intorno all’ arte contemporanea mostrano di avere poca curiosità. Passano le giornate a parlare a vanvera invece di cercare di capire perché un certo artista sia più interessante di un altro. I critici di solito vanno a vedere le mostre che hanno deciso i loro direttori e gli interessa poco guardare qualcos’ altro. I galleristi quasi mai vanno alle mostre di altri. Sento dire che la quasi totalità della gente che accorre in massa ai grandi vernissage guarda a malapena le opere in esposizione e va lì solo per vedere e farsi vedere. Non ci sarebbe niente di male, se non fosse che nessuna di queste persone ritorna mai alla galleria per guardare le opere; però raccontano a tutti, e ne sono convinti, di aver visto la mostra. Queste mie sussiegose opinioni non sono riferite alla grande maggioranza delle mostre, dove i galleristi espongono opere d’ arte nella speranza che qualcuno le voglia acquistare per mettersele in casa,e dove ogni settimana nascono nuovi collezionisti. Questo aspetto del mondo dell’ arte mi riempie di piacere, anche se non mi piacciono tutte le opere che vengono esposte. Mi sento chiedere costantemente se continuerei a comprare opere d’ arte anche se non ci fosse da guadagnarci. Beh, io non ci guadagno nulla. Se realizzo dei profitti vendendo un’ opera li utilizzo per comprare altre opere. Buon per me, visto che posso andare avanti a comprare in continuazione opere nuove da sfoggiare. E buon per chi vive nel mondo dell’ arte, che vede questo mio atteggiamento come dimostrazione di venalità, vacuità, malignità. È per me motivo di conforto il fatto che le nostre mostre abbiano ricevuto recensioni poco lusinghiere fin dalla prima occasione, quella mostra del 1985 con Warhol, Judd, Twombly e Marden. Resto convinto che sarà una pessima notizia il giorno in cui tutti apprezzeranno una mostra prodotta da noi. Significherebbe che abbiamo fatto una cosa prosaica, conforme ai gusti dell’ establishment artistico; e vorrà dire che non c’ è più niente da fare.