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Troppe proteste, il Giappone ferma la caccia alle balene

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«Garantire la sicurezza è una priorità e per il momento le navi hanno sospeso la caccia a fini scientifici. Ora stiamo valutando cosa fare», ha annunciato Tatsuya Nakaoku, un funzionario dell’Agenzia della pesca nipponica, secondo cui il rientro anticipato della flotta «è un’opzione».
I tentativi da parte degli attivisti di Sea Shepherd, in particolare, sono diventati sempre più insistenti e hanno causato parecchio disappunto in Giappone, uno dei tre Paesi al mondo dove la caccia ai cetacei è ufficialmente permessa per la sua «importante tradizione culturale».
Il Sol Levante ha introdotto il concetto di «caccia ai fini scientifici» per aggirare la moratoria internazionale del 1986, sostenendo di aver diritto a valutare l’impatto delle balene sull’industria della pesca.
La flotta nell’Antartico, composta da un equipaggio di 180 persone su quattro navi, ha lasciato il Giappone lo scorso anno con il proposito di catturare 850 balenottere entro fine marzo. Nello stesso periodo del 2010, tuttavia, il target raggiunto era di appena 506 unità, a causa di difficoltà nelle attività anche per gli scontri diplomatici nati con Australia e Nuova Zelanda. Canberra, in particolare, ha alzato il livello dello scontro con la presentazione della denuncia contro il Giappone al tribunale mondiale dell’Aia per fermare la caccia nell’Antartico. Un attivista neozelandese di Sea Shepherd, inoltre, è stato condannato al carcere con la sospensione
di due anni della pena per un’azione di disturbo e «l’assalto» contro una delle baleniere.