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Tre storie che ci parlano di Facebook e dei rischi della Rete trasformata in prigione

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Gobby Joseph era una bellissima ragazza, una modella di successo con grandi prospettive di carriera. Lunedì scorso si è uccisa, per una delusione d’amore, lanciandosi sotto un treno, e prima di farlo ha avvisato i suoi amici su Facebook con un messaggio molto semplice: «Vi amo tutti». Hanno cercato di fermarla, pregandola, sempre attraverso il web, di «non fare stupidaggini», ma non è stato possibile. Marco e Livia, due ventenni, hanno scritto a Michele Serra lamentando il vuoto, la pigrizia, la mancanza di energia e perfino l’incapacità di stare insieme nell’era dei Facebook. E Serra ha risposto così: «Il prodigioso progresso tecnologico, un passaggio d’epoca, sposta molte esperienza dal reale al virtuale e permette di arrivare a tutti senza la fatica insostituibile di un rapporto interpersonale profondo e anche scomodo».

Le storie di Gobby, Marco e Livia sono molto diverse, ma hanno un punto in comune: la solitudine nella quale Internet può infilare uomini e donne. Il senso di vuoto, di abbandono, di isolamento, nonostante i grandi numeri di contatti e di amici. E’ un tema centrale, specie per le nuove generazioni, che spesso affrontiamo tra gli argomenti di questo sito, ed è un argomento sul quale non possiamo arrenderci, alzando le mani in segno di resa di fronte al progresso che offre la tecnologia. Facebook, come tutti i sociale network, è una meraviglia in termini di opportunità, ma contiene rischi esplosivi. Tocca a noi saperli evitare, anche per sentirci meno soli, e non in un’affollata compagnia solo virtuale.