Tra tecnologia e umanesimo un'ipotesi di città del futuro | Non Sprecare
Questo sito contribuisce all'audience di

Tra tecnologia e umanesimo un’ipotesi di città del futuro

di Posted on

Il nostro pianeta combatte oggi con la più alta concentrazione di CO2 in atmosfera degli ultimi 350.000 anni. Il 75% dell’energia è consumata nelle città, che producono l’80% delle emissioni CO2 e concentrano il 50% del PIL mondiale nelle metropoli con più di 750.000 abitanti. Questi dati dovrebbero essere, di per sé, sufficienti a risvegliarci dall’inazione e dall’immobilismo politico e umano in cui siamo caduti. Ma non è tutto. Entro il 2050, infatti, la popolazione mondiale sarà cresciuta, secondo le stime, a 9,3 miliardi di abitanti e il 70% vivrà nelle città dove, già nel 2007, si è varcata la soglia storica del 50% di popolazione residente. L’età media mondiale aumenterà da 26 a 38 anni e i cosiddetti Paesi BRIC (Brasile Russia India Cina), insieme ad alcuni Paesi africani che continuano a crescere in silenzio, avranno soffiato il posto (e il benessere) alla vecchia Europa, contribuendo al 50% della crescita economica mondiale.

E’ da queste considerazioni che una multinazionale come Siemens, con 360mila collaboratori nel mondo e 74 miliardi di euro di fatturato nell’ultimo anno, parte per studiare le soluzioni che permettano alle città di dipingere un futuro dai toni più equilibrati. Grazie a un nuovo settore dedicato, “Infrastructure & Cities”, presentato alla stampa di settore venerdì 16 dicembre insieme ai risultati dell’esercizio fiscale 2011, che ha visto Siemens Italia chiudere con un +7%, pur in tempi di crisi. Dove sta il segreto? Semplice, risponde l’amministratore delegato Federico Golla, “individuiamo i bisogni del Pianeta e cerchiamo di offrire soluzioni”. Non si tratta di rapace logica capitalista, ma, al contrario, di quel ferreo pragmatismo che guida la green economy più sana, unito alla convinzione che l’azienda debba, in qualche modo, restituire benefici al Paese e alla comunità in cui opera.

Ing. Golla, in cosa consistono le soluzioni che proponete alle città per diventare smart city sostenibili dal punto di vista ambientale?
I principali settori di intervento sono indubbiamente la mobilità e il building. Le città sono fatte di edifici e di strade e qui noi andiamo a intervenire per migliorare l’efficienza energetica, le infrastrutture, la logistica e le reti di trasmissione. Ci sono poi le grandi infrastrutture di collegamento, le stazioni, i porti, gli aeroporti, tutto quello cioè che fa parte della struttura metropolitana.

Voi lavorate principalmente con gli enti pubblici, come vivete quelle che sono state definite le difficili “regole di ingaggio” tra pubblico e privato?
Non le chiamerei così, non c’è nulla di militare o guerresco in questo rapporto. Detto questo le collaborazioni pubblico-privato vanno regolamentate, a favore di entrambi. Il pubblico, da solo, fa fatica a individuare le soluzioni tecnologiche idonee e poi, certamente, a finanziarle. L’azienda privata mette a disposizione studi di settore e tecnologia, ma la scelta delle priorità rimane alla politica. Subentra poi il mondo del project financing, banche o fondi di investimento che vogliano investire e supportare progetti seri, che altrimenti, per le città, rimarrebbero dei sogni. Ancora oggi, quando il progetto è buono, i soldi si trovano. L’efficienza energetica, del resto, si ripaga con un ritorno sull’investimento. La mobilità no, perché il prezzo del biglietto di trasporto è “politico”, e non di mercato, perché si vuole offrire un servizio: in questo caso si entra nel welfare.

Non si ripaga del tutto nel breve periodo, ma se facessimo un conto più lungimirante, in termini ambientali e di salute del cittadino, probabilmente emergerebbe un risparmio anche di tipo economico, non crede?
Un cittadino “malato di inquinamento” è un costo per la sanità. Non c’è dubbio. Quando diciamo che un investimento “non si ripaga”, in realtà banalizziamo facendo il conto in termini di cassa. Ma quando si parla di mobilità o di salute, alle voci costi e ricavi, andrebbero aggiunte molte altre cose. Quando lei prende la metropolitana, non usa l’auto, generando un beneficio alla collettività.

Voi aiutate l’ente pubblico (a volte perso in logiche elettorali) a focalizzare questi obiettivi?
Noi siamo ampiamente promotori di questi concetti. E’da due anni che, a spese nostre, pubblichiamo studi su alcune città italiane, come Torino, Milano, Genova, Roma e Firenze, e abbiamo anche definito un Green City Index. Il problema è sempre vedere chi ti ascolta. Lo Stato è totalmente sordo da questo orecchio, molto più ricettive sono invece le amministrazioni locali, che hanno una maggiore prossimità alla cittadinanza e al territorio. Personalmente vedo molta più attenzione in un Sindaco o Presidente di Regione, che in un Ministro. E parlo anche di città più piccole (entro i duecentomila abitanti), che sono quelle alle quali vorremmo avvicinarci.

Quanto conta, per la piena affermazione della green economy, la tecnologia e quanto una rivoluzione culturale e mentale?
Certamente di più il cambiamento culturale. Le “rivoluzioni” contro il volere degli uomini o comunque contro l’assenso della componente umana, falliscono. Che cosa sono il vivere bene e il benessere se non l’assenza di sofferenza per quello che uno fa nella quotidianità? Calato nelle città questo vuol dire meno rischio di ammalarsi, migliore mobilità, bellezza del paesaggio in cui si abita e delle case in cui si vive. Io credo che le rivoluzioni tecnologiche siano sempre frutto di una profonda comprensione dei bisogni dell’uomo.

Mi ha sorpreso la sua citazione dell’aspetto estetico, troppo spesso dimenticato, come fosse insignificante, anche quando si parla di paesaggio. Quanto conta, per voi, la dimensione estetica dei progetti che proponete a una città? Non credo sia un caso che la “vostra” metropolitana di Torino non è solo funzionale e efficiente, ma anche bella.
Nella mia personale valutazione conta moltissimo, l’estetica è uno dei piaceri della vita e l’uomo vive anche di questo: cibo, profumi, cultura, musica, tutto quanto di bello c’è al mondo. Fa tutto parte del concetto “smart people in smart city”. Pensiamo all’alienazione dell’industria novecentesca e ai quartieri dormitorio per gli operai. Io sono nato e ho vissuto a Torino e ho visto, negli anni ’60, il passaggio della città da 500 mila a 1 milione di abitanti. I tanti immigrati siciliani, calabresi e pugliesi che arrivavano a Torino facevano una vita un po’ più agiata dal punto di vista economico, ma totalmente alienante. La gente oggi non accetterebbe più di peggiorare la propria qualità della vita, e non mi riferisco solo alla capacità di spesa, ma al divertimento, alla felicità. Il “bello” in tutto ciò conta moltissimo. Di contro, il caos, il traffico, la criminalità: a chi non fa paura una città da 20 milioni di abitanti? Se siamo oggettivi, queste città che cresceranno, questi “mostriciattoli” di megalopoli rischiano di avere più aspetti negativi che positivi, se non interveniamo subito. La trasformazione urbanistica del futuro dovrà necessariamente portare anche dei miglioramenti nella qualità della vita.

La promessa mancata dell’automazione, che avrebbe dovuto farci lavorare meno e stare meglio è dunque oggi a portata di mano?
Non penso che la gente chieda di lavorare meno, ma lavorare meglio. Non ho mai sentito nessuno, contento del proprio lavoro, lamentarsi della quantità di lavoro, perché è felice.

Shares