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Tra illusioni e pregiudizi

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Appena licenziato in commissione dal Senato, il testo della riforma universitaria dovrebbe andare in aula il prossimo 15 giugno. Ma tra le tensioni interne alla maggioranza e le presumibili barricate dell’opposizione la prognosi non e’ delle piu’ fauste. Cio’ che pero’ fa piu’ temere ? e secondo me deve anche dare piu’ da pensare ? e’ la rigidita’ ideologica che su questo argomento ancora si avverte fortissima nell’opinione pubblica. La politica si limita pigramente a rispecchiarla, rinunciando, in questo come in tanti altri casi, a qualunque funzione di guida.

ormai da qualche anno, infatti, che a proposito dell’Universita’ il Paese ha avuto modo di farsi un’idea assai piu’ approfondita e realistica di quella fornita a scadenza fissa dalle varie onde o pantere organizzate dagli studenti. Questa visione piu’ veritiera e piu’ onesta si deve specialmente ad alcuni libri. Voglio ricordare gli autori e i titoli dei tre piu’ importanti di essi ? Raffaele Simone (L’universita’ dei tre tradimenti), Roberto Perotti (L’universita’ truccata) e da ultimo Andrea Graziosi (L’universita’ per tutti. Riforme e crisi del sistema universitario italiano) ? perche’ si tratta di docenti universitari che non possono certo essere accusati di simpatie per la destra.

Che cosa insegnano i loro libri? Soprattutto questo: che dietro una facciata di estrema democraticita’ costruita negli anni ’60-’70 (liberta’ per qualunque diplomato di iscriversi a qualsiasi facolta’; tasse d’iscrizione mediamente assai basse; estrema facilita’ dei corsi; equivalenza formale di tutti gli atenei a causa del valore legale del titolo di studio e finanziamenti eguali per tutte le sedi) e’ venuta crescendo contemporaneamente una struttura inefficiente e sperperatrice (altissimo numero di fuori corso, smisurata percentuale di impiegati amministrativi rispetto al corpo docente), governata da una corporazione professorale volta quasi sempre ai propri esclusivi interessi (rettori in carica per decenni; moltiplicazione insulsa delle materie, dei corsi di laurea e delle sedi decentrate al solo scopo di moltiplicare i posti per i docenti; scarso impegno didattico e scientifico; privilegio accordato alle carriere interne e ai candidati locali rispetto al reclutamento di forze nuove ope legis accettate con il consenso di tutti).

In aggiunta, naturalmente, alla ben nota gestione dei concorsi perlopiu’ priva di ogni trasparenza. Come si vede, il quadro fornito dai libri di cui dicevo sopra e’ ben diverso da quello solitamente fornito dalle cosiddette lotte studentesche , al quale in tutti questi anni si e’ avvezzata troppo docilmente molta parte dell’opinione pubblica. L’Universita’ italiana, insomma, non e’ l’arena dove si scontrano da un lato i buoni?cioe’ gli studenti e i professori, tutti uniti sotto il sacro manto della Ricerca, della Cultura e del Diritto allo Studio con la lettera maiuscola ? e dall’altro il cattivo ministro di turno, per principio affamatore della ricerca e dell’istruzione, incompetente, insensibile e autoritario cosi’ come il suo partito. L’Universita’ e’ piuttosto un luogo dove, in nome della pace sociale, per decenni e’ stato permesso a tutti di guadagnare qualcosa grazie allo scambio occulto tra demagogia democraticistica e lauree facili e a poco prezzo per gli studenti, contro pieni e incontrollati poteri al corpo docente. E dove a perdere (e a pagare i costi), al dunque, e’ stato solo il Paese.

Il quale si ritrova oggi con un sistema ipertrofico e insieme improduttivo (80 e piu’ sedi universitarie: quasi una ogni provincia!), antimeritocratico, agli ultimi posti in tutte le classifiche internazionali, nonche’, alla faccia di qualche decennio di lotte democratiche, ancora sostanzialmente precluso alle classi popolari. Per risanare una situazione cosi’ intricata e incancrenita non esiste alcuna bacchetta magica, e certamente non e’ tale la riforma approntata dal ministro Gelmini. Ma e’ almeno il tentativo onesto e ragionevole di incidere in cinque direzioni importanti: introdurre criteri di ricambio e di funzionalita’ negli organi di governo degli atenei; sottoporre gli stessi a giudizi di efficienza e i docenti a giudizi di merito; avviare un riequilibrio quantitativo tra le diverse componenti della docenza; organizzare per gli studenti meritevoli un sistema di finanziamenti da restituire dopo la laurea e infine riformare il sistema dei concorsi in base ad una scelta dei commissari fondata sui loro meriti scientifici e insieme sul sorteggio.

Certamente: come ogni cosa, anche la riforma Gelmini e’ di sicuro migliorabile (e magari anche molto). A patto, tuttavia, che si voglia farlo. Che voglia farlo l’opposizione, rinunciando in una materia cosi’ cruciale per il futuro del Paese ad un contrasto di principio? ma non riesco ad immaginare proprio in base a quale principio? e che voglia farlo soprattutto l’opinione pubblica. In questo ambito, al pari di tanti altri della nostra organizzazione sociale, e’ arrivato il momento di capire che abbiamo sperperato decenni e montagne di soldi inseguendo illusioni, alimentando pregiudizi, costruendo contrapposizioni puramente ideologiche che non ci hanno portato da nessuna parte. Di capire che la realta’ non e’ piu’ a lungo eludibile. Di convincerci, come diceva il presidente Mao, che se si tratta di prendere il topo, il colore del gatto e’ indifferente.