Tim Lang: perché dobbiamo scegliere tra “food democracy” e “food control” | Non Sprecare
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Tim Lang: perché dobbiamo scegliere tra “food democracy” e “food control”

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Professore di Politiche Alimentari presso la City University di Londra, Timothy Lang è una autorità nel campo alimentare. È stato lui ad avere coniato termini che sono entrati a far parte della nostra quotidianità tra cui “food miles”, per indicare la distanza che il nostro cibo percorre dal luogo di produzione (il campo) alla tavola (il piatto) e il relativo costo ambientale collegato al trasporto, e “food democracy”, per indicare la necessità di stabilire un sistema di produzione e consumo rispettoso dei diritti umani.

Intervistato nel suo dipartimento, il professor Lang, sommerso da fogli, libri e telefonate, energico e risoluto, ama ripetere che il mondo è "in una crisi di sonnambulismo” e aggiunge: “Penso che stiamo entrando in una nuova era che richiede un pensiero nuovo, nuove politiche e nuove risposte. Questa volta, se vogliamo arrivare al 2050 riuscendo a dare da mangiare ai futuri 9 miliardi di persone, non basteranno né una rivoluzione verde, né gli OGM. Dobbiamo ripensare le relazioni di potere e controllo che segnano attualmente la filiera alimentare a livello globale – dal super potere della grande distribuzione organizzata al controllo esercitato da alcuni governi- supportare i piccoli agricoltori, spesso dimenticati dalle politiche europee, rivedere il nostro modo di consumare, evitare di sprecare acqua.

Basta pensare che per ottenere una tazzina di caffè da 125 ml servono 140 litri di acqua, per un hamburger 2.400 litri, per un paio di scarpe 8.000: ma noi non lo sappiamo perché queste indicazioni purtroppo non sono riportate sulle etichette dei prodotti che acquistiamo. Se tutti consumassero ai livelli della Gran Bretagna non basterebbero 6 pianeti. Certamente uno dei problema fondamentali rimane quello delle miglia che il nostro cibo percorre prima di arrivare alla nostra tavola. Negli Stati Uniti alcuni prodotti come spinaci, broccoli, piselli e simili percorrono in media 2400 km prima di raggiungere le tavole dei consumatori: quindi di tutta l’energia consumata dal settore agro-alimentare, solo il 20% è attribuibile alla produzione in se per sé mentre il restante 80% è necessario per il processo di trasformazione delle materie prime, il trasporto, la refrigerazione e la preparazione del prodotto”.

Quali sono le sfide quindi che il nostro pianeta si troverà ad affrontare?“Le sfide sono varie e molteplici: il consumo di petrolio, il costo del cibo, la crescita della popolazione mondiale, il lavoro, la quantità e la qualità della terra coltivabile a disposizione, la scarsità di acqua, i cambiamenti climatici, e la cosiddetta “nutrition transition”, ovvero i cambiamenti nella dieta dei paesi in via di sviluppo (sempre più zuccheri e grassi nelle diete di cinesi, indiani, brasiliani…).Do brevemente alcuni dati: il 95% della produzione di cibo dipende dal petrolio, le terre coltivabili rimangono non molte (anche se secondo i più ottimisti la quantità di terra coltivabile a livello mondiale potrebbe essere aumentata ancora del 12%), la popolazione mondiale sta crescendo a ritmi vertiginosi, i cambiamenti climatici avanzano (l’agricoltura è responsabile del 12% dell’emissione di gas serra) e insieme alla malnutrizione aumenta la ipernutrizione anche nei cosiddetti paesi in via di sviluppo.

Non possiamo più lasciar fare al mercato, quello che succede nei Paesi in via di sviluppo è responsabilità anche nostra. Serve un cambiamento politico: bisogna pensare a ridurre l’impronta ecologica del cibo che consumiamo e a rimodellare il nostro modello di produzione alimentare, che va cambiato in base a quello che la Terra può darci e il nostro corpo consumare. Abbiamo veramente bisogno dei 26.000 prodotti che troviamo nei supermercati?Domandiamocelo.

È ora di smetterla con la schizofrenia politica, ma temo che i cambiamenti non arriveranno con una transizione tranquilla, forse ci vuole uno shock e decisamente uno schieramento: o in favore della food democracy o in favore del food control. Dobbiamo scegliere tra lasciar fare o farci promotori attivi del cambiamento. Però, smettiamola comunque di essere sonnambuli”.

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