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Terremoto, i ritardi e le speranze Ancora 37 mila in case provvisorie

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«Ma perché gli aquilani si lamentano?». Se lo chiedono in molti, a volte con aria infastidita, ricordando il «miracolo» delle casette costruite a tempi record e fornite, con tanto di champagne in frigo, ai terremotati. Il problema è che c’è una ferita che ancora sanguina, da quella notte tra il 5 e il 6 aprile del 2009, quando alle 3.32 del mattino, un boato agghiacciò l’anima e poi tutto venne giù assieme ai muri: gli affetti, le case, le storie, il futuro. È che il centro, cuore pulsante sociale, culturale, economico dell’Aquila, ma anche dei piccoli paesini attorno, è rimasto com’era. A parte i puntellamenti di legno che sono costati moltissimo, anche per case che forse dovranno essere demolite, e che ora, dopo due anni di pioggia e neve e assenza di lavori, sono già destinati alla sostituzione. Per la gioia delle imprese appaltanti e la rabbia dei terremotati.
 

Fuori dalla zona rossa, in periferia, i cantieri aperti si vedono. Sono quelli delle case meno danneggiate. Si è partiti da quelle. E già c’è una pioggia di esposti. Imprese che, magari con l’assenso degli inquilini, gonfiano i costi dei progetti con lavori non necessari. O lavori fatturati molto ma compiuti male. «Devono venire a controllare. Non l’hanno fatto all’inizio e c’è chi se ne è approfittato. Almeno lo facessero ora. Perché qui sono milioni di euro, mica uno scherzo» protesta Luciano, autore di un esposto. «A casa mia c’era solo una piccola crepa, ma la volevano far passare per gravemente danneggiata».
 

A due anni di distanza, sono ancora 37.733 (15 mila in meno rispetto al 2010) le persone assistite. Poco meno di 23mila risiedono in alloggi Map (le famose casette), in 19 new town; circa 13 mila sono beneficiarie del contributo di autonoma sistemazione (200 euro a persona ogni mese) e 1.328 sono ancora in strutture ricettive abruzzesi e nelle caserme. In questi giorni sono tutti in fermento. Si attende l’ordinanza. L’ennesima che dovrebbe finalmente chiarire tutti i dubbi su come debbano essere i progetti da presentare all’approvazione, per aver poi i rimborsi. Da due anni la burocrazia ha infierito sugli aquilani. E se in Giappone sono bastati 6 giorni per costruire un’autostrada qui ci sono voluti in media 8-10 mesi, con punte di un anno e due mesi, per avere il via libera a ricostruire. Con l’ordinanza i 15mila della fascia E (i proprietari delle case più danneggiate) potranno presentare le richieste.

Ma ad attenderle nell’ufficio comunale che deve valutare la correttezza formale delle pratiche ci sono un impiegato, spesso fuori per incombenze, e una ragazza con contratto a tempo determinato sempre in scadenza. Peggio ancora nell’ufficio ricavato nella caserma della Finanza. Un corridoio angusto con la parete fasciata da migliaia di progetti accatastati. Per fortuna è di vetro. Così gli impiegati possono leggere dal cortile i numeri delle pratiche.
La cartolina che ritrae la ricostruzione che non decolla arriva da Cagnano Amiterno, appena 15 km dal «cantiere più grande d’Europa». Qui sorge lo storico cementificio Sacci: dovrebbe essere un fermento di produzione. Invece dal prossimo gennaio almeno 12 operai saranno messi in mobilità. Perché – ha spiegato l’azienda nella lunga trattativa con i sindacati – «non c’è lavoro a sufficienza».


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Da queste parti la disoccupazione è balzata dal 7,5% di prima del sisma all’attuale 11%, dato che però, come spiega Umberto Trasatti, segretario provinciale della Cgil, «non comprende i lavoratori in cassa integrazione, mobilità o comunque che usufruiscono di ammortizzatori sociali». Altre migliaia di persone rimaste senza lavoro. Il prodotto interno lordo è fermo: bloccato sulla crescita zero. «Altro che ripresa», incalza la Cgil, «e dal governo tante promesse, ma poche azioni concrete».
E per una volta anche gli industriali sono in sintonia con il sindacato». «Nell’emergenza – dice Antonio Cappelli, direttore di Confindustria – sono state fatte cose straordinarie. Poi però tutto si è fermato. Aver dato un tetto alla gente realizzando una periferia diffusa non vuol dire rilanciare l’economia. La ricostruzione "pesante" non è neanche partita». Oltre 1.200 piccole aziende e imprese artigianali del centro storico hanno chiuso: rappresentavano una delle ricchezze svanite della città. «Il sistema-università, fra affitti di fuorisede, consumi, servizi, generava un flusso finanziario compreso fra i 220 e i 230 milioni di euro all’anno. Adesso si è quasi azzerato», aggiunge Antonio Cappelli. Gli iscritti sono scesi da 27 mila a poco più di 21 mila, nonostante l’azzeramento delle tasse universitarie. Sono venuti a mancare proprio i fuorisede che erano quelli che movimentavano più denaro.